Il minimo con il minimo. La Juve forse più brutta della stagione - perfino peggio di quella che perse a Genova con la Sampdoria - batte il Genoa (1-0) e si riavvicina al Napoli (meno 1). I tifosi bianconeri - tutti figli putativi di Gian Piero Boniperti - dicono che vincere è l’unica cosa che conta. Può darsi. Lo sosteneva anche Vincent Lombardi, grande coach di football americano. E già prima di Boniperti, che quella frase gliel’ha copiata.

La realtà è che quando la squadra più forte della Serie A (la Juve, appunto) si esibisce in prestazioni così desolanti, uno capisce perché il campionato italiano abbia così poco appeal nel mondo, anche e soprattutto quando si tratta di venderne i diritti televisivi all’estero. Poi vanno compresi anche gli juventini. Non giocare bene, o farlo solo per brevissimi tratti, o riuscirci occasionalmente li condanna alla vittoria per forza. Non ci fosse quella, che cosa resterebbe?

Contro il Genoa, per l’appunto, la Juve è piaciuta giusto per sedici minuti, i primi. Quando non solo ha segnato (Douglas Costa su assist di Mandzukic), ma ha anche comandato il gioco, proposto gli inserimenti dei centrocampisti (due volte: Pjanic e Khedira), tolto al Genoa ogni velleità offensiva (nessun tiro in porta, uno alto di Laxalt). Il problema è che, come accade quasi sempre, la Juve tende a fermarsi dopo il vantaggio. Raggiunto lo scopo, va in onda un simulacro di partita, nella quale al massimo viene azionato il contropiede. Poi, progressivamente, i bianconeri si spengono (è accaduto fin dall’inizio del secondo tempo), all’imprecisione si abbina la fatica, il pubblico si spazientisce, la squadra si allunga e non sale più, Allegri comincia a fare cambi conservativi (un classico, gli ultimi dieci minuti, con Barzagli e la difesa a cinque) prima di abbandonarsi, infuriato, al tepore dello spogliatoio.

Dice il cinico: la Juve non ha corso un pericolo che sia uno. Vero. Con un avversario assai spuntato come il Genoa è stato così, ma il suo arretramento e i brividi che sono passati lungo la schiena di Allegri, per un paio di punizioni in area e un corner, stanno a testimoniare che anche il poco spaventa. Sinceramente credo che la maggioranza dei sostenitori juventini meriti qualcosa di più e qualcosa di meglio. Non solo per superare il Napoli e vincere l’ennesimo scudetto, ma perché la Juve è un club prestigioso e accreditato dal quale, anche gli avversari europei, si aspettano un salto di qualità nella proposta di gioco. Contro il Genoa, male in molti. I peggiori, secondo me, sono stati Alex Sandro, Matuidi e Higuain. Dopo una prestazione del genere il c.t. dell’Argentina, Jorge Sampaoli, presente a Torino, troverà di sicuro altre motivazioni per evitarne la convocazione. Sono d’accordo sul contributo che Higuain dà alla manovra della Juve. Sono d’accordo sullo spirito di sacrificio in fase di non possesso. Ma è impensabile che non segni da sei partite e che ad ogni gara le occasioni diminuiscano, per non dire che si azzerano. Dire che si è involuto, non è bestemmiare. Non a caso, anche se siamo solo a gennaio, qualche voce su una sua possibile partenza è già stata messa in circolo. Saranno fake, però qualcuno ci pensa.

Ammesso che Higuain non sia un problema, la Juve ne ha uno contingente. Sono gli infortuni. Contro il Genoa mancavano Buffon Cuadrado, Howedes, Rugani, Marchisio e Dybala. Durante la gara sono usciti per problemi, presumibilmente muscolari, Khedira (rimpiazzato da Sturaro) e Alex Sandro (sostituito da Asamoah). Sabato a Verona, contro il Chievo, la panchina rischia di essere più corta che contro i rossoblù (otto elementi). La Juve possiede la rosa migliore di tutta la serie A, ma adesso è corta a centrocampo (i primi cambi sono Bentancur da centrale e Sturaro da mezzala) e davanti, dove sono rimasti in quattro per tre posti: Higuain, Mandzukic, Douglas Costa e Bernardeschi. Forse guardare al declinante mercato di gennaio è eccessivo. Ma ricordando che Coppa Italia e Champions sono alle porte, urge recuperare qualcuno che, oltre a far massa, dia anche qualità.

@gia_pad