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  • Euro Italia, da Anastasi a Balotelli passando per Toldo: storie azzurre...

    Euro Italia, da Anastasi a Balotelli passando per Toldo: storie azzurre...

    • Matteo Quaglini
    La nostra storia agli europei è un racconto fatto di poca empatia e pochissima creatività. E’ la storia di una nazionale che gioca in modo ingessato, senza gli slanci della nostra epica “mondiale”. Per essere noi stessi abbiamo bisogno di un confine più ampio e complesso; abbiamo bisogno del Brasile, dell’Argentina, della Germania imperiale, insomma di partite contro e non di sole gare “europee”. Li siamo pieni e rotondi. Qui statici e annoiati. Ce lo raccontano questo nostro stato d’animo tre elementi che dobbiamo unire per spiegare la storia dell’Italia agli europei: i numeri, le partite più importanti delle fasi finali e, la situazione storica della nazionale nei vari decenni. 

    Scegliamo di scrivere marcando la discontinuità: che è la nostra vera forma espressiva in questo torneo così ordinato e poco poetico, da non farci sentire a casa. Partiamo da un primo dato: abbiamo partecipato alla fase finale in 8 occasioni su 14 giocando 33 partite e vincendone solo 13 e il bilancio nel suo lato positivo è di 3 finali e 2 semifinali. 

    Abbiamo vinto una volta sola – nel 1968 – quando già allora il maggio francese si rivoltava, come fa oggi nella Parigi dei giovani che hanno paura di un futuro che li vuole ingiustamente al buio, per spingere l’Europa e gli europei a riformarsi civilmente. Anche noi nella semplicità del calcio e nel suo spaccato di genere avevamo allora bisogno di uscire dal nostro immobilismo tecnico e tattico certificato dai pugni cileni e dai dentisti coreani. 

    L’Italia di Ferruccio Valcareggi superò con la monetina e il complesso concetto di fortuna l’U.R.R.S e poi in finale per 2-0 la Jugoslavia. Fu necessaria la ripetizione dopo che nella prima gara gli slavi ci dominarono, ma non chiusero la partita. I rigori non erano contemplati dall’UEFA e nella seconda partita, Riva fu quello che Brera aveva coniato per lui, rombo di tuono. 

    E’ stato molto probabilmente l’unico momento estatico della nostra storia “europea” perché le altre due finali che abbiamo giocato ci hanno trasmesso tristezza e quella profonda malinconia del “vorrei ma non posso”. Nel 2000 perdemmo a Rotterdam la finale contro la Francia campione del mondo, quella degli “enfants terrible” della gioventù calcistica francese di metà anni ottanta. Perdemmo con un sistema da anti-calcio, il Golden goal, una soluzione oscura che Trezeguet risolse, anche se a ben guardare fu il goal di Wiltord a “15 secondi dalla fine dei regolamentari a ricordarci che noi all’europeo siamo fatalisti e negativi, e non epici e cavallereschi come ai mondiali. 

    L’altra sonora sconfitta è di quattro anni fa, la Spagna anch’essa campione del mondo ci irretì prima e goleò poi nella più squilibrata finale del calcio continentale per nazioni. Avevamo avuto in quell’edizione un cammino ondivago e ci eravamo accesi, dopo aver buttato fuori i grigi inglesi ai rigori nei quarti, solo nell’epica e mai sopita drammaturgia di Italia Germania. Un 2-1 che ci ricordò altri fasti e ci illuse su un possibile cambiamento nel nostro cammino europeo teso verso la gloria. 

    Le due semifinali invece le raggiungemmo nel 1980 e nel 1988. Gli anni tra la fine della stagione del piombo e l’inizio di un periodo effimero di potere industriale e stabilità politica. Nel 1980 fummo la prima nazionale a qualificarsi direttamente come paese ospitante nella storia del torneo, ma benché in casa giocammo un calcio grigio, contestato dalla stampa e irrigidito dalla rivalità interna tra juventini e milanisti legata alle vicende del calcio scommesse. Gli “argentini” di Bearzot arrivarono solo quarti perdendo ai rigori la finalina a Napoli con la Cecoslovacchia di Panenka. 

    Otto anni dopo in Germania ci presentammo con la nuova nazionale di Azelio Vicini, una squadra fondata sull’under21 di maggior richiamo della nostra storia assieme a quella del mito Maldini. C’erano: Zenga, Baresi, Bergomi, Maldini, Mancini, Vialli, Ancelotti per citarne alcuni e capire al contempo come ventotto anni dopo la qualità del nostro pallone sia di una povertà assoluta. Fu l’U.R.R.S dei russi – italiani alla Zavarov a fermare gli spensierati ragazzi azzurri in semifinale con un netto 2-0. 

    E le profonde mancanze tecniche dove sono in questa storia? Eccole e se mi permettete un piccolo suggerimento, seguitele come dicevamo all’inizio immaginandole per quello che sono state, cioè pause profonde nel nostro calcio. La prima l’abbiamo vista è tra il 1960 e il 1964, rispettivamente non siamo presenti e non ci qualifichiamo è il pedaggio storico che dobbiamo pagare all’Irlanda del Nord, all’arbitro Aston e a Pak Doo Ik: andate a vedere questi nostri giustizieri e capirete perché eravamo già tristi alle prime edizioni degli europei. 

    La seconda fase oscura ci fu tra il 1972 e il 1976 quando fummo eliminati dal Belgio del fuorigioco ossessivo di Van Moer, Piot e Van Himst e quando quattro anni dopo non passammo nemmeno il girone, troppo eravamo impegnati dopo il derelitto mondiale di Germania74, nell’importantissima ricostruzione tecnica del vate immaginifico Bernardini. Eppure in quegli anni avevamo la classe immensa di giocatori inarrivabili: Rivera, Mazzola, Riva, Capello e una batteria di portieri da Zoff a Lido Vieri, passando per Albertosi da fare invidia. Forse il perché stava nel calcio conservatore che giocavamo in Italia allora, ma anche le certezze delle volte nella storia sono labili. 

    Due ancora, prima di concludere con un momento negativo e uno sublime, i momenti di dispersione nell’incontro con “l’europeo”: il 1984 dove da campioni del mondo ci facciamo eliminare nei gironi da Cecoslovacchia, Romania, Svezia e Cipro, con una vittoria in 8 gare, mancando l’appuntamento in terra di Francia con “Le Roi” Platini che ne sarà l’imperatore. 
    E il 1992 dove proprio non potevamo qualificarci alla fase finale che vincerà con merito indiscusso la Danimarca; i motivi furono tanti e tutti bui: una nazionale uscita male da Italia90, un cambio di panchina già dichiarato prima della decisiva partita di Mosca, il palo di Rizzitelli e una situazione nel paese oscura e malavitosa. 

    Il quadro storico di una relazione tar noi e l’europeo priva d’emozione si completa con la grigia eliminazione nella grigia Manchester dell’Italia di Sacchi nel 1996 e con l’estetica della difesa (e questo è il lato sublime) ad oltranza che alzammo in Olanda contro l’arancia meccanica dove Toldo tra parate e pali neutralizzò cinque rigori cinque. 

    Da appassionato di storia ho cercato di analizzare come la nostra malavoglia europea si sia manifestata molto spesso quando il contesto storico era nebuloso e cattivo quasi che questo non ci facesse essere noi stessi, solari e fantasiosi. E che si è conclamata anche quando abbiamo a che fare con i cugini Francesi: ci irrigidiamo non per un complesso ma perché non siamo capaci di adattarci a una competizione con loro fondata sul raziocinio del gioco. Tutte situazioni storico calcistiche che stiamo vivendo oggi. 

    Oggi in serata esordiamo a Euro2016 col Belgio in Francia e forse la speranza è proprio riposta nell’idea di Conte che ha perduto strada facendo quel poco di classe che c’era e ha puntato sulla grinta e sull’empatia, proprio quegli stati dell’anima che quasi mai abbiamo messo agli europei, forse riguardando la storia dell’Italia è la strada giusta. 

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