Lapo, io vorrei che domani i giornali americani uscissero con la notizia che tu eri finito come protagonista e consapevolmente nell’ultima puntata di “Scherzi a parte” made in Usa. Purtroppo non andrà a questo modo, perché la “fiction” che hai maldestramente allestito, con una superficialità da ragazzino che non riflette prima di agire, si concluderà non con i titoli di coda supportati da allegro sottofondo musicale ma con il suono della voce del un giudice di un tribunale statunitense che stabilirà cosa fare di te. Qualunque potrà essere la sentenza e una volta tornato lucidamente a galla nel mondo reale, sono certo che non farai alcuna fatica ad ammettere di averla “ricombinata” grossa e che da questa nuova “caduta” non sarà semplicissimo rialzarsi, anche perché in un mondo come il nostro, dove l’ipocrisia e l’invidia viaggiano di pari passo con l‘intolleranza e il perbenismo di facciata, sparare sulla croce rossa è uno sport molto amato.

Del resto, come ben sai, errare humanum est, sed perseverare diabolicum. E, oggettivamente, tu hai sbagliato. Hai sbagliato non dal punto strettamente tecnico o privato. Ciascuno, infatti, è assolutamente libero di scegliersi le compagnie che più desidera. Ricordo che quando a Torino, qualche anno fa, esplose il caso “Vivaline” ovvero il bordello di lusso frequentato da un discreto numero di giocatori famosi, di professionisti stimati e di giornalisti arrapati. Massimo Mauro, interpellato al proposito, sentenziò con assoluta tranquillità: “Va bene sono andato per fare all’amore e non ho danneggiato nessuno. E allora?”. Una frase tanto semplice quanto conclusiva. La “casa” venne chiusa e amen. Il problema., sotto questo aspetto, è semmai di forma e non di sostanza. Nel senso che se ti va di passare la notte con un trans sarebbe opportuno che ti adoperassi perché l’evento non finisse poi in pasto alla pubblica opinione. Un altro paio di maniche è la questione della cocaina o quant’altro.

Vedi Lapo, avendo avuto l’opportunità di conoscerti quando ancora eri un ragazzino, ti ho sempre visto e stimato per ciò che in realtà sei: una persona di grande sensibilità e di notevole intelligenza. Fantasioso e visionario quel che basta per affrontare la vita, anche quella imprenditoriale, con coraggio ed energia. Anche stravagante, certo, e poco incline al rispetto delle regole borghesi pretese dal tuo status di rampollo nipote dell’Avvocato. Non sei il primo e manco l’ultimo. Ma proprio in virtù di queste indiscusse qualità interiori immaginavo che l’esperienza della droga fosse oramai un brutto capitolo della tua vita definitivamente chiuso. Anche in questo caso, per carità, tanto di rispetto per le scelte personali. Ciascuno è libero persino di farsi del male o di annientarsi come meglio crede. Ma, in quel caso, deve anche trovare il coraggio morale di chiamarsi da parte rinunciando a porsi come “modello” per una società dove i giovani specialmente sono portati a seguire gli esempi dei personaggi famosi. Lo ha capito, strada facendo, persino Diego Armando Maradona un uomo guidato più dall’istinto che non dall’intelligenza. 

Lapo, io vorrei poterti rivedere con al polso il braccialetto che ti aveva regalato tuo zio Edoardo e che, un giorno, ti sei sfilato non so per quale ragione. Tra i tanti della Famiglia, tu e tua madre Margherita e tuo zio Umberto siete stati sempre gli unici a tentare di comprendere, a difendere e a fare barriera protettiva nei confronti di un uomo a te piuttosto simile per sensibilità e per intelligenza. Lui ebbe a pagare prezzi altissimi e senza sconti al suo desiderio intellettuale di provare ad essere diverso da ciò che imponeva il protocollo della sua dinastia. Per molto meno di ciò che hai combinato tu venne tritato vivo dai giornali, specialmente quelli americani, censurato dai suoi genitori e messo all’indice dall’opinione pubblica codina come “crazy Eddy”. Chiedeva soltanto di essere libero e di poter esercitare il suo ruolo mettendo l’amore e il rispetto davanti all’interesse. Il 15 di questo mese di sedici anni fa mi toccò scendere da un dirupo per arrivare sul greto di un fiume sotto l’autostrada per assistere alla scena di un gigante del mondo e di suo fratello (Gianni e Umberto Agnelli) impietriti davanti al cadavere di Edoardo. “Povero figlio mio”sussurrava l’Avvocato. In qul momento avevo perso uno fra i miei migliori amici.

Più avanti nel tempo, in te mi era parso di rivedere schegge importanti e interessanti di Edoardo. Lo stesso amore per la Juventus, per esempio, faceva da collante. La differenza stava nel fatto che, oggettivamene, tu eri stato molto più fortunato di lui perché, non solo non eri stato “cancellato” dal libro di Famiglia, ma potevi contare sulla comprensione e sull’appoggio di coloro che ti volevano bene anche quando sbagliavi clamorosamente. Pensavo che il ricordo della sua esperienza ti fosse la guida illuminata. Evidentemente no. Il tempo che passa, si dice, provvede a diluire ogni cosa fino a cancellarla. Nel tuo caso, Lapo, non sarà semplice. Non subito, perlomeno. Il difficile viene adesso perché se prima eri scivolato in un burrone ora è una montagna che ti è crollata addosso. Ne uscirai, certamente, anche con l’aiuto dei pochi ma potenti “volontari” che si impegneranno nell’opera di soccorso perché hai la fortuna di non essere uno dei tanti disperati e dropouts scovati dai poliziotti nei cessi della Grande Mela con un laccio intorno al braccio. Quando accadrà, Lapo io vorrei che dalle macerie venisse alla luce del giorno quel giovane uomo che un giorno, a Torino e dopo aver letto il romanzo che avevo scritto su Edoardo, mi disse: “Ora non posso, ma presto dovremo parlarne con più calma”. Non ci siamo più visti.