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  • Le magie del 'pellegrino' Sanchez, che segna gol da cortile

    Le magie del 'pellegrino' Sanchez, che segna gol da cortile

    Una sera d'autunno, a fine allenamento, il nuovo allenatore Guidolin lo prese sottobraccio e se lo portò a cena a casa sua. Il menù era castigato, la conversazione sgasata finché, alla frutta, il padrone di casa disse: "Tu diventerai il nuovo Kakà". Boom! Il tappo come un proiettile. Fuochi artificiali nella notte friulana.
    Nasceva, doveva nascere, una stella. Alexis Sanchez, 8 gol in due stagioni, molti dribbling e poca concretezza, un passato leggendario e un presente ordinario. "Ti cambio ruolo, ti cambio vita", disse Guidolin. Non aveva la faccia da profeta. Eppure.


    Sanchez si porta dietro un carico di epopea. È nato, appena 22 anni fa, nella cittadina di Tocopilla. La stessa dove, molti anni prima, si era manifestato al mondo Alejandro Jodorowsky, psicomago, autore eclettico e lisergico, regista di "El Topo", film cult inclassificabile. El Topo Sanchez, un metro e settanta di tritolo, ne condivide la carica eversiva e la difficoltà a farsi incasellare. Da ragazzino debuttò col botto: in una partita del primo campionato segnò otto gol, inducendo il sindaco a regalargli le sue scarpe da calcio. Vennero da tutto il mondo a vederlo giocare, lo prese l'Udinese. Lo pagò due milioni di euro che a giugno prossimo, di questo passo, si tramuteranno in trenta.

    Per farlo maturare lo lasciò al Colo Colo, ovvero a bagnomaria nell'epica. È la squadra mito del Cile. Prende il nome dal capo guerrigliero mapuche che combatté gli spagnoli senza mai una

     

    sconfitta. È nata da una scissione storica. Il suo fondatore, David Arellano, morì a 25 anni di peritonite dopo uno scontro con un avversario spagnolo. Lutto permanente sulle maglie e nello stadio. Retorica immanente nel motto: "D'orgoglioso sangue e nobile cuore, Colo Colo eterno campione". Al cospetto di cotanta storia El Topo Sanchez segnò cinque gol. Poi andò in Argentina, al River Plate. Nel 2008 all'Udinese, finalmente. Il primo anno non incantò. Qualcuno mise in giro la voce che i video su You Tube, in cui faceva la veronica e l'aurelio, erano taroccati. Il secondo anno s'infortunò quasi subito e perse il girone d'andata. Nel ritorno mostrò qualche psicomagia, ma bazzicava al largo, lui da una parte, Pepe dall'altra e Di Natale in mezzo.


    "Tu non sei un'ala - gli disse Guidolin - sei un trequartista, giochi dietro la prima punta, farai assist e gol". Sanchez disse: "Sì, va bene". È un ragazzo di poche parole e poche storie. Tornò a casa, dove vive da solo. Ci è abituato da quando aveva 16 anni. Pellegrino del calcio, non si porta dietro nessuno. I genitori hanno altri tre figli, la mamma lo raggiunge una volta l'anno. Il padre telefona. Quando lui torna in Cile è per giocare in nazionale. Fa tutto da sé, come talora gli accade in campo. Non ha domestica: cucina e fa le pulizie. Potrebbe sembrare un immigrato qualsiasi, di quelli che si radunano al campetto la domenica pomeriggio, svuotano casse di birra, creano due squadre improvvisate e si sfidano con il sottofondo di musica latina. Ma il suo campo è in uno stadio di serie A, per non dire che ha giocato ai Mondiali. Ricordo un cronista sudafricano chiedersi scorrendo la formazione cilena: "Che ci fanno tutti questi nell'Udinese?". Sono di passaggio, lui e Isla sicuramente, li aspetta qualche squadra scudetto, italiana o inglese.

    Da ieri c'è un nuovo video del Topo Sanchez su You Tube e non è taroccato. Poker di gol, repertorio completo (o quasi, che segni di testa non si può pretendere). Ne fa uno da psicomago e uno da tamarro. Nel primo c'è tutta la letale ferocia degli schemi di Guidolin. Palla recuperata in difesa, ripartenza innescata a memoria. Lancio sulla fascia destra a Di Natale che non guarda neppure mentre fa proseguire di sponda in avanti e al centro: sa già che cosa sta succedendo, sta arrivando Sanchez, alla velocità di uno spirito. Fende l'aria con l'aerodinamica crestina di capelli impomatati, gonfia il torace mostrato sul sito "Pettorali famosi", corre come si vede solo nei cartoni animati. Nella testa gli detta i movimenti un sergente folle: passo, passo, doppio passo, tiro, gol. Lascia seduto il portiere superandolo con quelle due umilianti pedalate di bicicletta. Sulla riga di porta il difensore allarga le braccia.

    Quand'è troppo è Sanchez. L'ultimo gol è l'opposto. Non c'è classe e non c'è inganno. Va lungo, perde il tempo, ritrova la palla soltanto per l'ignavia disperata degli avversari. Vede uno spiraglio e ce la infila. Di punta. Una scarpata da cortile. Una cosa come il "piattone", proibita sui grandi schermi, vietata ai maggiori di anni 18. Ma proprio questo è il segreto dell'esplosione del Topo Sanchez: gioca come a 15 anni, quando ne faceva 8 e gli regalavano le chiavi della città sotto forma di scarpini. Guidolin l'ha riportato nello stesso ruolo, gli ha ridato la stessa allegria. Manchester o Milano sono un esame di maturità lontano: per adesso è un ragazzino che bigia la scuola e, felice, fa quel che gli pare.
     


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