Mi chiamo Gigi Meroni. Perlomeno quelli erano il mio nome e cognome durante tutti i soli e le lune viste dalla Terra. Ventiquattro anni. Un semplice battito di ciglia rispetto all’eternità che mi sta cullando in questo luogo dove il concetto di tempo e di spazio non ha alcun significato. Mi chiamavano la farfalla. Buffo, no? Qui lo sono per davvero, identico a tutti gli altri miliardi di farfalle con le quali condivido il volo in attesa, chissà, di tornare a nascere, vivere e poi nuovamente essere ingoiato da quel Nulla che è Tutto. Ancora sulla Terra, forse, oppure in qualche altro angolo dell’infinito. Non ha importanza. Qualche cosa rimarrà sempre per dirmi ciò che sono stato. Non è vero che gli spiriti non ricordano.

Come quella sera di cinquant’anni fa in una città chiamata Torino che era già buio e pioveva sottile. Giocavo a pallone e pare anche bene. Almeno così dicevano. Insomma ero giovane ma già famoso per quel che vale la celebrità. Francamente non mi sono mai sentito davvero un professionista del calcio. Preferivo tavolozza, colori e pennelli. Reinventavo il mondo e anche me stesso dipingendo su quelle tele bianche che sulla Terra chiamano quadri. Adoravo la musica e mi facevano impazzire i Beatles tanto che vestivo come loro e mi ero fatto crescere i capelli pettinati come quelli di Ringo. A differenza dei miei compagni vivevo da solo in una soffitta di Piazza Vittorio. Oddio, non proprio solo. Con me ci stava “Cocca”, una gallina padovana bianca con la quale facevo lunghe passeggiate per via Po. Lei al guinzaglio e la gente che ci indicava, chissà perché. Non ero mica un misogino. Anzi, le donne mi piacevano molto ma avevo deciso di fare il ragazzo serio dopo aver conosciuto Cristiana, la stupenda ragazza del tirassegno al Luna Park che avrei sposato se lei non lo fosse già stata. Il nostro rapporto era scandaloso! Per me era soltanto un grande amore. Come per lei che, dopo la mia partenza, se ne è andata in Costarica e non ha più avuto uomini. Dicevano che fossi un “diverso”, in campo come fuori. Ho sempre avuto l’impressione che fossero gli altri a non essere normali. Forse è proprio per questo motivo, volendomi togliere dall’imbarazzo di una vita “difficile”, arrivò il Destino a chiedermi se mi andava di fare una partita a dadi con lui. Gli dissi di sì anche se sospettavo che avrei perso.

Il gioco si fece fin da subito duro. Eravamo in due in mezzo a Corso Re Umberto. Io e il mio compagno Poletti. Avevamo lasciato il ritiro del post partita e non avremmo dovuto trovarci lì. La Fiat sfiorò lui che aveva fatto mezzo passo indietro e mi beccò in pieno. Poi venni travolto da una seconda automobile che viaggiava in direzione opposta. Il conducente della prima macchina era un giovanotto che si chiamava Tilli Romero. Sarebbe diventato il presidente del mio Toro. Il Destino insiste a bara. L’ambulanza chiamata per soccorrermi rimane invischiata in un incidente. Quando ne arriva una seconda il buio mi ha già quasi inghiottito del tutto. Mi rivedo in sala operatoria steso sul lettino in metallo mentre tre medici scuotono il capo. Tanti saluti.

Il Destino ha vinto ma ancora non sembra essere soddisfatto. Ventimila seguiranno la mia bara, ma la Chiesa di Torino minaccerà fuochi e fiamme contro  padre spirituale del Toro che ha celebrato una messa “sacrilega” per me che ero un pubblico peccatore a causa del mio amore con Cristiana. Del mio corpo, a quel punto, non mi interessava più nulla. Ormai, dove ero arrivato e cioè qui, avevo le ali e stavo benissimo. Ma la partita a dadi continuava. Un matto, nottetempo nel cimitero dove ero stato sepolto, scoperchiò la mia bara e mi estrasse il fegato. Era un “collezionista feticista”. Lo rinchiusero in manicomio. Questo è il finale della mia storia. Mi chiamo Gigi Meroni e giocai a dadi con il Destino.