Probabilmente l’Austria Vienna non vale nessuna delle squadre della nostra Serie A. E sicuramente in Europa ce ne sono poche che difendono peggio. Tuttavia segnare cinque reti in trasferta (tre di André Silva, una di Calhanoglu e una del subentrato Suso) non è semplice nemmeno in allenamento, figuriamoci in una competizione internazionale. Il Milan non solo parte bene in Europa League, ma scaccia - per quanto possibile - l’incubo vissuto all’Olimpico. Gioca lieve e soffice un calcio che appare semplice perché gli austriaci lasciano spazi che la qualità dei rossoneri riempie.

Sarebbe facile dire che molto del successo di goleada sta nel sistema di gioco (finalmente il 3-5-2), ma non sarebbe giusto e, forse, nemmeno serio. Pur essendo uno dei sostenitori di questa soluzione, almeno nel Milan, aspetto verifiche più concrete e più probanti. Contro quest’avversario, il MIlan avrebbe vinto anche con il 4-3-3 o con qualsiasi altro modulo. Sarebbe bastata, come è accaduto, l’applicazione di concetti base del calcio moderno: la palla che viaggia veloce, lo smarcamento in profondità, le verticalizzazioni e un’essenzialità nelle giocate (mai in tocco di troppo) che possiedono solo le grandi squadre. Il MIlan non è ancora grande e forse non è ancora squadra. Però ha giocato seriamente, conscio che fosse necessario dare (e darsi) un segnale forte. Vincere 3-1 sarebbe bastato per il risultato, non per la riabilitazione dopo Roma. Così tutti hanno messo qualcosa in più e molti hanno dato il meglio.

Montella non ha che da insistere. Di volta in volta inserirà chi non è ancora guarito (Conti), chi scalpita (Suso), questa volta in panchina fino a metà ripresa, chi non può essere trascurato per la sua versatilità (Bonaventura). Ma il Milan è fatto per il 3-5-2. Potrà diventare 3-4-3 o, se proprio si vuole essere capziosi, 3-4-1-2. Il nucleo, però, è fatto da tre centrali che marcano e coprono e da  due esterni che vanno e vengono. Naturalmente non c’è un sistema di gioco vincente. Ci sono solo quelli che meglio si adattano alle idee dell’allenatore e alle caratteristiche dei calciatori. Bonucci - l’ho detto e lo ripeto - è tra i centrali più forti del mondo se gioca a tre. A quattro è normale, eccezionalmente (un paio di volte l’anno) dannoso, come è stato domenica.
 
Per la prima volta, a Vienna, ho visto giocar bene, anzi benissimo, Calhanoglu. Conta molto il primo gol (7’) all’incrocio dei pali, come contano i due assist per le prime due reti di André Silva (9’ e 19’). Più di tutto, però, conta che il calciatore sia sempre stato nel fulcro del gioco, che abbia toccato tanti palloni e tutti bene, che sia andato al recupero e al contrasto (sul secondo gol ha strappato il pallone al disastroso Kadiri), che abbia dimostrato mobilità e dinamismo. C’era molta attesa anche per l’inedita coppia d’attaco composta da Kalinic e André Silva. Se il  secondo ha fatto tripletta (terzo gol personale, il quarto del MIlan, al 57’ su assist di Kessié), il primo un po’ ha stentato. Questione di inserimento e di feeling con i compagni. Ma sul fatto che sia un grande giocatore (anche se non un fenomeno) non si discute.

Si discute, invece - e si discuterà a lungo -, sul (non) impiego di Suso. Ripeto: per me troverà spazio ed esalterà la sua classe con gol come quello di Vienna (conclusione da trenta metri sotto la traversa), però giocando con due attaccanti, lui sarà (per adesso) il primo ad alzarsi dalla panchina. Il giocatore non gradisce, né gradirà e allora Montella dovrà fare di necessità virtù. Ovvero variare le linee di metacampo e attacco a seconda delle partite e delle intenzioni. Adesso il Milan ha una strada. Percorrerla senza indugio può portare al traguardo minimo. Ovvero la partecipazione alla Champions League.