Reso silenzioso dal chiasso del campionato, il soldato Palazzi ha compiuto la sua missione: della vicenda calcioscommesse non capisce più nulla nessuno. Non è successo per caso, è successo invece per la precisa volontà di chi un anno e mezzo fa si è trovato di fronte allo scandalo e ha deciso di affrontarlo nel modo più indolore per il sistema e per se stesso: diluendolo in un tempo infinito, frazionando i processi in una specie di delta della giustizia destinato a sfociare nel grande mare dell'ingiustizia. Il soldato Palazzi, in realtà, è il più innocente tra i colpevoli del caos: il capo del Coni Petrucci e quello del calcio Abete gli avevano detto di fare prestissimo, quando lo scandalo è dilagato, perché quello era un bel titolo da vendere ai giornali ("faremo pulizia, presto e bene"). Inutilmente qualcuno obiettava che le due cose erano impossibili: la mole del lavoro da completare, con tre procure della Repubblica attive, filoni che si aprivano in continuazione tra zingari, pentiti e mister X vari, escludeva  i tempi rapidi a meno di non voler celebrare processi sommari e destinati a contraddirsi tra di loro. Ma c'era il campionato da far partire, la scorsa estate, c'erano le tv che premevano, c'era una dirigenza sportiva terrorizzata dall'imminenza delle elezioni per il rinnovo delle cariche. Il soldato Palazzi è dunque partito, chiudendo di notte nelle stanze della Figc  i suoi collaboratori pur di offrire alla piazza qualche rapido risultato. Così sono stati 

celermente condannati decine di pesci piccoli, e il caso Conte è diventato il sigillo a un'operazione di presunta efficienza, con l'allenatore della squadra campione d'Italia squalificato prima dell'inizio della stagione.  E a poco serve ricordare che Conte è stato condannato tre volte da tre diversi tribunali sportivi con tre sentenze in palese contrasto l'una con le altre, non tanto nella sanzione comminata quanto nelle motivazioni fornite: un pentito credibile è diventato parzialmente credibile tra un processo e l'altro, un giocatore escluso per mancata complicità si è poi scoperto infortunato, una omessa denuncia è stata bollata come mancato illecito da un giudice chiacchierone, eccetera eccetera. Il tutto trascurando il balletto agghiacciante dei patteggiamenti prima raggiunti, poi negati, poi rinnegati: la pena su cui si litigò, è bene ricordarlo, era la stessa poi sancita con la sentenza tombale del Tnas del Coni, che sta diventando un po' lo scontificio istituzionale dello sport italiano.


Ma non sono solo le sentenze ad essere diventate incomprensibili. Ormai la giustizia sportiva ha rinunciato ad avere una giurisprudenza di riferimento: ogni processo fa storia a sé, come se i precedenti non esistessero. In questi mesi abbiamo visto di tutto: giocatori condannati a mesi o anni per  lo stesso identico reato, omesse denunce che valevano punti di penalizzazione variabili (Uno? Due? Sei? Dipende. Da cosa? Non si sa), fino allo scandalo più evidente: campionati che si giocano con decine di  tesserati coinvolti nella vicenda, dei quali però alcuni sono squalificati, altri  hanno già scontato la pena, altri invece dovranno ancora essere giudicati. Quando? Ora si sussurra che l'ultima tranche dei processi sportivi -anche se ultima è una parola grossa  -  dovrebbe aprirsi a marzo, se non ad aprile, o forse a maggio o a giugno. Riguarda anche squadre e giocatori di serie A, dove ogni settimana scendono regolarmente in campo 13 indagati dalle varie procure. Fatta salva la presunzione di innocenza, che vale per tutti: cosa accadrà se invece si arrivasse a giudizi di colpevolezza, a campionato già avanzatissimo o addirittura finito? Gli eventuali squalificati che avranno giocato tutte le partite, saranno considerati ininfluenti? E quelli che invece non hanno potuto giocare, si sentiranno davvero tutti uguali davanti alla legge?