Si sente un rombo, come quando il tuono annuncia l’imminente tempesta. Anche se arriva da una terra lontana come l’Australia non ha perso nulla della sua sonora potenza. Torna la Formula 1 del dopo Ecclestone con le sue macchine supersicure, tra le quali fa un figurone la ritrovata Alfa Romeo del mitico Quadrifoglio, e con i suoi cavalieri in tute ultragriffate a cimentarsi nella giostra del Circo più ricco del mondo. Piloti specializzatissimi e molto pragmatici i quali, malgrado le guasconate di Hamilton, hanno perso un poco di quel fascino particolare e speciale che permetteva di definirli eroi. Quelli autentici che erano in grado di spargere sulla kermesse la preziosa polverina della magia dormono. Due di essi in particolare. Ayrton Senna, ormai avviluppato in un sonno che non consente risveglio. Michael  Schumacher, prigioniero nel limbo di un pianeta proibito che conoscono soltanto lui e la sua famiglia che lo difende. I “migliori” di sempre e per sempre, così diversi l’uno dall’altro tanto da essere persino molto simili soprattutto per la loro grandezza inarrivabile.

Proprio oggi “Magic” Senna compirebbe cinquant’otto anni. Ma, come racconta la bellissima canzone composta per lui da Lucio Dalla, decise di chiudere gli occhi e di infilare una strada diversa da quella che conduceva verso il traguardo sotto le tribune. La sua corsa a bordo della Williams Renault si concluse, con uno schianto spaventoso, alla curva del Tamburello sul circuito di Imola il primo di maggio del 1994. Una morte istantanea resa ancora più tragica e sconvolgente dalle immagini televisive in diretta. Un “omicidio” inconsapevole e fortuito commesso da parte di quei meccanici i quali, nottetempo, avevano modificato  lo sterzo della sua monoposto con l’intenzione lodevole di rendergli più agevole la guida. Quello sterzo che rimase tra le mani di Ayrton proprio nel momento in cui avrebbe dovuto gestire la curva. Andò dritto e l’impatto provocò il distacco di una scheggia in metallo che forò il casco del pilota. Si chiusero a quel modo gli occhi di un giovane uomo il quale proprio del suo sguardo, profondo e gentile, era riuscito a fare uno strumento di dialogo perfetto con il mondo e zittì quella voce, sempre un poco musicale come soltanto i brasiliani possono dire di possedere, la quale si metteva in funzione soltanto dopo che era stato ben attivato il cervello.

Non diceva mai cose a vanvera o soltanto per fare scena, Ayrton, e anche quando giurava di aver avuto un dialogo con Gesù durante un sopraluogo in pista era sincero e non si sognava manco lontanamente di voler stupire. La lettura di alcune pagine della Bibbia, che portava sempre con sé pur non essendo uno stucchevole e fanatico baciapile, era l’ultima cosa che faceva prima di accomodarsi nell’abitacolo della sua vettura. Dire che fu amato dal popolo della Formula Uno è riduttivo. Il termine più giusto sarebbe quello di adorato anche se a lui per primo gli atteggiamenti “pagani” non garbavano affatto. Il mondo del Circo, talvolta, lo osservata con un certo sospetto per via del suo non essere un tipo con i peli sulla lingua tanto da poter mettere in difficoltà lo stesso “sistema” delle corse. Ma tutti quanti, nessuno escluso e neppure il suo “rivale” storico Prost, mostrarono a lui e al suo modo di essere, fuori e dentro la pista, un rispetto quasi sacrale. 

Tutto questo al netto della sua bravura innata di pilota che gli permise di vincere tre titoli mondiali. La Formula Uno dopo di lui, così come dopo l’addio alle corse di Schumacher il quale di Senna fu l’erede naturale, non è stata più la stessa perlomeno a livello emotivo e di empatia popolare. E ora che, dalla lontana Australia, arriva il rombo del tuono sarebbe bello pensare che il via alla giostra domenica verrà dato da Ayrton e da Schumi.