Probabilmente non ce la faranno a metterlo in ginocchio. E forse non lo vogliono nemmeno. I giocatori della Nfl (la lega americana di football) in alcuni casi spalleggiati dai propri dirigenti, quelli del baseball (Bruce Maxvell) e del basket sicuramente non manderanno a casa Donald Trump, ma una cosa l’hanno dimostrata: questo Presidente non tollera il dissenso. Quello degli ambientalisti, dei giornalisti, dei politici, degli scrittori, degli attori, dei registi e ora degli atleti: ogni volta s’incarta sempre di più, dimostrando una statura istituzionale assai discutibile. 

Era cominciato un anno fa, con la protesta silenziosa di Colin Kaepernick (quarterback dei San Francisco 49ers). S’inginocchiò durante l’esecuzione dell’inno americano in segno di solidarietà alla comunità afroamericana contro le violenze della polizia. Quel gesto gli costò il posto e forse la carriera, dato che  a tutt’oggi, si ritrova senza squadra, ma fu l’innesco dell’ incendio. Un incendio che lo stesso Presidente ha contribuito ad alimentare dichiarando che “chi protesta sul campo, va immediatamente licenziato.”

Chi difende Trump, argomentando che è stato eletto democraticamente, dimentica che, altrettanto democraticamente, le persone hanno diritto di critica e di protesta non violenta. E’ forse una violenza inginocchiarsi di fronte alla propria bandiera per segnalare che non ci si trova d’accordo con un Presidente assai tenero nei confronti di comportamenti della polizia, definiti da gran parte dell’ opinione pubblica, da intellettuali e politici, “antirazziali”? E’ violento inginocchiarsi sul campo da gioco durante l’inno nazionale, perché il proprio Presidente pretende che i giocatori che lo criticano “devono essere immediatamente licenziati”?

Anche alle tesi di chi sostiene che sport e politica non dovrebbero mai annodarsi si può rispondere quanto i due aspetti vadano insieme almeno dai tempi delle Olimpiadi dell’antica Grecia. Furono i giochi olimpici, insieme alle guerre contro i Persiani, a dare un senso di unità sovranazionale alle città-stato: a creare l’Ellade. 

Che idea ha Trump dello sport: vinca il migliore o vinca chi non mi critica? Nello sport contano le capacità, la volontà, le regole o l’amicizia verso il Presidente?

Al rifiuto di Stephen Curry di non andare alla Casa Bianca, dopo che Trump aveva richiesto di  licenziare i giocatori protagonisti di proteste plateali , ma civili e non violente, il Presidente ha ritirato l’invito. Pensate che effetto se lo stesso Presidente avesse detto: “Mi dispiace, Curry è un grande campione anche se su certe cose non siamo d’accordo”. Lo stesso Brady dei New England Patriots, considerato “amico” da Trump, ha preso le distanze da “posizioni che non uniscono, bensì dividono.”

Ma lui (Trump) è lui e “gli altri non sono un cazzo”, però poi “anche le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano”.