Un nutrito gruppo di tifosi - un migliaio secondo la Questura - ha impedito che il pullman della squadra Berretti del Vicenza partisse verso Padova per disputare la partita degli ottavi di finale di Coppa Italia di Serie C. Con la squadra in sciopero per i mancati pagamenti di quattro mesi di  stipendi, la sedicente proprietà, tale Fabio Sanfilippo, un signore in cerca di un quarto d'ora di pessima celebrità, aveva stabilito che fossero i giovani ad andare a sostituire i titolari. 
   
Nel frattempo, venerdì, la Procura della Repubblica di Vicenza ha depositato l'istanza di fallimento. La decisione del tribunale civile è attesa in tempi rapidisssimi, cioé già giovedì. Il sostituto procuratore della Repubblica, Antonino Cappelleri ha aperto, forse inaspettatamente, uno spiraglio affermando di aver chiesto l'esercizio provvisorio che, in pura teoria, potrebbe permettere al Vicenza di arrivare a fine stagione. Resta da capire con quali giocatori, visto che la messa in mora decreterà lo svincolo di tutti gli effettivi. Insomma la situazione resta grave e, purtroppo, molto seria. Come si è arrivati con un piede dentro al baratro? Sergio Cassingena acquistò il Vicenza nel 2005. I debiti allora ammontavano a tre milioni di euro. Con il tempo sono quadruplicati  e la gestione successiva (Vi. Fin. cui aderiva l’imprenditore Marco Franchetto e Alfredo Pastorelli) non è riuscita né a risanare, né a tamponare l’emorraggia.
   
Fino a quando la squadra è stata in Serie B, riusciva a vivacchiare seppure tra gli stenti. Ma la retrocessione dell’anno scorso ha fatto precipitare la situazione. L'iscrizione è stata ancora possibile grazie a Vi.Fin., ma subito sono cominciate teoriche trattative per la cessione del club. Prima di Fabio Sanfilippo, l’attuale proprietario, si era fatta viva Boreas, società lussemburghese. Non se ne fece niente perché, al di là degli accordi, i soldi non si sono mai visti. Del resto, parliamoci chiaro: chi avrebbe interesse a compare una ex gloriosa società, finita in Serie C e sotterrata dai debiti, tanto da essere nell’impossibilità di pagare non solo gli stipendi ai dipendenti, ma anche il gasolio dei pullmini?
 
Comunque la si rigiri, sembra un alltro caso Modena o caso Parma. Con l’aggravante della collocazione: il Nord est, già celebrato avamposto dell’economia nazionale, e ora ridotto a zona assistenziale, dove il governo salva le banche da discutibilissime amministrazioni. Il declino del Vicenza calcio è quello del suo territorio, dove un’imprenditoria sorpassata e arrogante non sa esprimere altro che la sua crisi senza sbocchi e senza uscite. A nulla vale ricordare cosa sia stato il Vicenza. Un modello calcistico ante-litteram dentro al quale forse l’autosufficienza era virtù contadina, ma molto coerente e concreta. Dicevamo allora peste e corna di Giuseppe Farina, il presidente-padrone che vendeva i giocatori migliori. Commise un peccato d’amore una sola volta, quando riscattò Paolo Rossi dalla Juventus e fu un errore pagato caro sia a livello di immagine, sia di bilancio.
 
Non so come finirà il Vicenza o quel che ne rimane. Quali partite ospiterà in futuro il nostro vecchio stadio Romeo Menti. Sento, tuttavia, che il peggio deve ancora arrivare e potrebbe essere la partita che non c’è, il pallone che sparisce e lascia spazio solo al ricordo, un silenzio avvolgente e insieme angosciante. Come diceva Bill Shankly, ex calciatore e manager del Liverpool,  “il calcio non è una questione di vita o di morte, è molto di più”.