Uno ha dicotto anni, uno ne ha ventuno e lei ventitrè. Due ragazzi e una ragazza lontani centinaia di chilometri l'uno dall'altro e uniti dalla stessa passione. Il calcio. Tre storie di pallone. Tre storie di cartellini e vincolo sportivo. Tre storiacce di vincolo sportivo, così rende sicuramente meglio.

Il più giovane sogna un futuro nel calcio dei grandi, perché gioca in una squadra in Lega Pro che, seppur piccola anzi forse proprio perché piccola, le possibilità di mettersi in mostra ai giovani le dà. Ha smesso di studiare perché concentrarsi solo sul suo futuro da calciatore é la priorità e purtroppo nessuno lo ha convinto - e neppure avvisato – del grosso errore che stava facendo e che alimentare la materia grigia non è proibito e, soprattutto, non causa danni alla muscolatura delle gambe.

Il ventunenne invece non sogna più un futuro da protagonista nel mondo del calcio, ha smesso di farlo anche se il professionismo lo ha sfiorato. E' stata una fatica fare i conti con la realtà e realizzare che la gloria non sarebbe arrivata grazie al pallone ma ci è riuscito e ora gioca in una squadra di Promozione e si diverte. Si allena di sera, due volte alla settimana appena finito di lavorare nel reparto frutta e verdura di un supermercato dove ogni tanto batte record su record (sempre i suoi) palleggiando con un limone tra gli applausi dei colleghi.

La ragazza invece non ha mai sognato di cambiare la propria vita grazie al calcio, anzi lei ha sempre dovuto faticare, prima per convincere gli altri che una bimba può giocare a pallone e poi che una donna può continuare a farlo. Gioca in una sgangherata squadra di Serie D che é quanto di più vicino possa esistere all'inferno del calcio. Le piace giocare a calcio esattamente come quando a sette anni ha dovuto fare a pugni con il compagno di banco per battere un calcio di rigore durante una partitella nell'ora di ginnastica. 

Il primo si trova in quel particolare periodo della carriera di un giovane calciatore quando ci si avvicina al primo traguardo (in realtà è solo l'ultimo ostacolo del percorso giovanile, spesso quello definitivo) verso il professionismo. Quel passaggio che da tutti viene chiamato pre-contratto ma che altro non è che un rimborso spese che la società riconosce al proprio tesserato che di contratto ha proprio ben poco. E' infatti la società che decide, entro la metà di Luglio, se confermare per l'ultimo anno il calciatore mettendolo in addestramento tecnico (è questo il termine esatto) o se svincolarlo. Oppure, se dotata di furbastri alle proprie dipendenze, di procedere come in questo caso con un bel ricatto dicendo al giocatore che non rientra nei piani della società e che quindi verrà sì confermato, ma mandato in prestito in una squadra dilettante a meno che non voglia acquistare il cartellino. Come? Pagando tremila euro – che gli dicono essere una sorta di contributo alle spese sostenute in questi anni dalla società (!) – non verrà riconfermato e sarà libero di andare dove vuole. Pagare per non essere confermato o esserlo e finire però a marcire tra i dilettanti, il messaggio è piuttosto chiaro e confezionato bene visto che in questa fase della carriera nominare il mondo dei dilettanti è la peggiore delle maledizioni augurabili per chi crede di conquistare il mondo del calcio. E' ovvio che con un po' di sale in zucca in almeno un componente della famiglia dell'autoproclamato campione, questo tipo di richieste (si può rifiutare un prestito, lo sapete?) e, soprattutto, questo tipo di personaggi (si possono denunciare, serve coraggio però!) non avrebbero un seguito ma evidentemente è chiedere troppo e poi davanti alla possibilità di avere un cartellino in mano per “solo” tremila euro fa sembrare tutto normale e perfino un buon affare. 

Il secondo è stanco. Stanco di dover restare ogni anno a giocare in questa squadra nonostante le richieste di andare a farlo da altre parti arrivino. Vorrebbe cambiare non per denaro ma per stimoli, divertimento e amicizia, invece non può perchè tutte le volte che qualcuno lo cerca è il suo presidente a fissare il prezzo per la sua cessione, che poi la paghi la società o il giocatore poco gli importa, basta che qualcuno paghi. Nessuno paga invece, da anni. Non lo ha fatto nemmeno una società professionista negli anni scorsi quando a 17 anni era davvero promettente, perchè la richiesta era fuori mercato. Idem anche negli anni successivi con cifre impossibili sempre tra gli otto e i diecimila euro. O così o non giochi la frase ripetuta ogni volta di fronte alla richiesta di poter cambiare... e per giocare – e non voler pagare – spesso si è costretti ad abbassare la testa. 

Passare dalla Serie D alla B nel calcio femminile è un doppio salto che vale anche molto di più, significa passare dal regionale al campionato nazionale. Un soddisfazione non da poco per una ragazza che gioca a pallone da sempre cui molto difficilmente capiterà nuovamente un'occasione simile. Serie B significa giocare a un livello con qualità sicuramente maggiore, confrontarsi con realtà di un altro tipo, fare trasferte serie e, perché no, provare a puntare alla promozione. É convinta che la società condividerà la sua gioia e quindi, mentre si reca dal dirigente per comunicare la bella notizia e per chiedere come organizzare tecnicamente il trasferimento, non immagina di certo che sono seimila gli euro che la società vuole per gioire con lei della notizia. Vincolata ancora per due stagioni, o convince chi la vuole a sborsare la cifra, o ci pensa lei,  oppure se ne sta tranquilla dove si trova in attesa di essere libera a venticinque anni. Considerando la richiesta in base al livello delle due categorie in questione e facendo un paragone con le cifre di questo mercato parallelo del calcio maschile, siamo di fronte non solo a un furto ma pure allo scasso. 

Tre storie, tre richieste di denaro per essere svincolati e conquistare la libertà. Una libertà decisamente distante però da quella campagna "Liberi di giocare" che da qualche anno é sulla bocca di alcuni. Solo sulla bocca però e con ancora qualcuno che continua a sostenere la necessità del vincolo per il bene del mondo dilettantitico. Il finale delle tre storie? Uno dei tre protagonisti ha deciso di investire, e quindi ha pagato, per diventare "proprietario del cartellino" per rivenderlo al miglior offerente. Che non é arrivato. Uno ha smesso di giocare a pallone non potendo permettersi di pagare la cifra richiesta. Uno invece ha ricattato il ricattatore registrando un audio durante l'incontro nel quale gli é stata fatta la proposta di svincolo dietro pagamento. Gioca ancora.

Chi ha fatto la scelta giusta? Chi ha pagato per il nulla? Chi ha detto no perché non tutto ha un prezzo? Chi si é fatto giustizia da solo? La certezza é che il vincolo sportivo, che non permette ai tesserati di cambiare squadra fino al venticinquesimo anno di età, é stato e resta un problema enorme perché strumento perfetto per permettere a tanti furbastri di lucrare sui cartellini e sui sogni di chi crede di essere chissà quale campione ma soprattutto di chi vuol giocare semplicemente a pallone, per divertirsi, per fare sport, per stare in campo con gli amici nella squadra del paese vicino. Qui non si parla di diritti di pochi privilegiati professionisti ma di centinaia di migliaia di giovani del mondo della LND che non sono poi così liberi di giocare.

Non si può più fare finta che non sia così o nascondersi dietro a uno slogan e rimanere immobili. Il vincolo sportivo non ha senso di esistere, si deve trovare una soluzione senza rimandare ulteriormente la discussione o parlandone timidamente solo per far sapere che la questione é in agenda da qui al prossimo secolo. In attesa che Figc e Associazione italiana calciatori battano un colpo facendo davvero qualcosa di concreto e sensato affrontando l'argomento, é importante ricordare a tutti i ragazzi e le ragazze che giocano a pallone, che l'unico piccolo strumento a disposizione per essere tutelati e liberi davvero di muoversi a fine stagione senza essere ricattati é il cosidetto "108" quell'accordo previsto dalle norme federali che si può compilare a inizio stagione per essere svincolati al suo termine. Nessun foglio scritto tra le parti (se non quello previsto dalla FIGC), stretta di mano, parola, promessa o garanzia verbale ha valore, pare ridicolo ricordarlo ma così non è visto la poca attenzione che presta chi gioca quando firma tesseramenti e allegati vari. Non ci credete? Provate a chiedere a dieci tesserati di una società se sono vincolati o meno e scoprirete che almeno la metà non sa cosa ha firmato. E' proprio questa metà distratta e leggera che fa sopravvivere i furbastri mentre la federazione si copre gli occhi, fa finta di non sentire e ogni tanto borbotta qualcosa.