Una disfatta storica, un'apocalisse sportiva. L'Italia non centra la qualificazione alla fase finale di un Mondiale per la seconda volta nella sua storia. Ancora una volta di mezzo c'è la Svezia: nel 1958 gli azzurri mancarono la qualificazione al torneo iridato che si sarebbe disputato proprio in terra scandinava; mentre l'avversario e l'epilogo della banda di Ventura sono ancora sotto gli occhi di tutti. Così come la marea di critiche piovute sulla testa del commissario tecnico, della Federazione e degli stessi giocatori. Statisticamente parlando, l'eliminazione di ieri sera ha segnato un incredibile record negativo mai successo in passato: nel ‘58, infatti, restammo fuori da un Mondiale a 16 squadre, e non entrare tra le migliori 16 ci era già riuscito sia nel 2010 che nel 2014. Adesso, invece, siamo fuori dalle migliori 32 al mondo, il punto più basso mai toccato nella storia dall'Italia.

Ma il vero problema qual è? Non siamo diventati mediocri in un colpo solo... No, perché il movimento calcistico italiano è in crisi da un bel po' di tempo. Nel 2010 Italia fuori dai mondiali di Sudafrica al primo turno, nella fase a gironi; nell'estate 2014, gli azzurri lasciarono il Brasile ancora una volta al primo turno, ancora un flop clamoroso, esattamente come quattro anni prima. La colpa è dei pochi giovani presenti in Italia? Non proprio: lo scorso giugno l'Italia ha disputato il miglior Mondiale Under 20 della sua storia. I giovani, dunque, ci sono. Ma viene data loro poca fiducia: i 21 convocati al torneo iridato di categoria, hanno giocato in tutto 3124 minuti nell'attuale Serie A, una media di 149 minuti a testa. Troppo poco per chi deve essere protagonista di un ricambio generazionale. E il problema non sono neppure gli stranieri, perché spesso a togliere il posto a questi ragazzi sono quelli che ieri sera erano in campo a San Siro. In Italia non mancano i vivai, ma incensiamo troppo spesso i giovani come fenomeni e poi li bocciamo al primo errore, con il rischio concreto di bruciare intere generazioni di talenti.

Un errore che non deve commettere il Cagliari, che ben sta lavorando a livello di settore giovanile. I ragazzi interessanti ci sono, eccome. Per esempio i vari Daga, Ladinetti, Kouadio, Tetteh, Pitzalis e Gagliano, che stanno brillando con la maglia della Primavera rossoblù, pronti a spiccare il volo in prima squadra. Agli ordini di Diego Lopez sono presenti alcuni giovani tra più interessanti dell'intera Serie A: Barella e Romagna (entrambi classe '97) su tutti, senza dimenticare il belga Miangue ('97), Crosta ('98) e Cragno, 23 anni compiuti lo scorso giugno e già tanta esperienza alle spalle. Fiducia ai giovani, dunque. Lo sa bene il tecnico Lopez, lo sanno bene gli addetti ai lavori del settore giovanile rossoblù, guidato con grande abilità da Mario Beretta. Evitare una catastrofe come quella azzurra deve essere l'imperativo per qualsiasi club italiano. E il Cagliari non deve essere da meno, continuando a lavorare e investire risorse sui giovani per costruire un futuro importante.