È stata una stagione entusiasmante, trascorsa insieme ai biancorossi, seguendo il loro percorso passo dopo passo, partita dopo partita, emozione dopo emozione. Un cammino lungo e, a volte, tutt’altro che esaltante ma le poche gioie della massima serie sono state in grado di sopperire ampiamente ai tanti errori, se così possono essere chiamati. Dalla festa per la promozione ai primi acquisti di mercato, le prime amichevoli, un masso grezzo che, poco alla volta, prendeva forma fino a diventare la squadra che tutti conosciamo. Una trasformazione non esente da critiche, certo, ma come dimenticare il grande orgoglio mostrato contro l’Inter, alla seconda di campionato, o la prima vittoria contro i granata del Torino, per non parlare di quell’attimo infinito nel quale Lollo non ha centrato il pari contro la formazione cinque volte campione d’Italia.

Ho sempre cercato di mantenere un taglio impersonale per esternare delle posizioni, invece, fortemente dettate dalle mie convinzioni, mai mediate, mai mitigate, mai concordate, semplicemente espresse per quel che erano: le impressioni semi-competenti di un non tifoso affezionato ad una squadra a lui estranea. Mi sia consentito oggi rivolgermi personalmente a tutti i lettori che nel corso della stagione hanno seguito il Carpi anche attraverso le mie riflessioni, riuscendo a trovare, si spera, uno spunto in più, una nuova prospettiva dalla quale osservare i fatti, non sempre miglioro di altre, naturalmente, ma proprio perché personale, sicuramente diversa.

Qualcuno giorni addietro, mi ha chiesto di condensare la stagione del Carpi in cinque parole. Le prime a venirmi in mente sono state: Castori, provincialismo, veracità, sacrificio, umiltà. Castori come il simbolo autentico di un modo di intendere il calcio: operaio, senza fronzoli, ruvido ma gentile. Provincialismo: come quello di una tifoseria poco avvezza a comprendere le dinamiche della serie A, pretendendo uno stadio in una città senza ancora un futuro ben definito da un progetto e, comunque, con un impianto ad appena quindici chilometri, molti meno di quanti un abitante del quartiere Tor Di Valle percorre ogni domenica per arrivare all’Olimpico di Roma. Veracità: come quelle stesse tifoserie che, al pari di una festa di quartiere, imbandiscono tavole ricolme di tortelli, di salumi e di ogni squisitezza, pronte ad offrirle a chiunque si avvicini e dica loro buongiorno. Sacrificio e umiltà, come quella di un gruppo di professionisti che vive la serie A come un’avventura da conservare con i denti, perché sanno che a loro nulla è dovuto; in fin dei conti, non sono loro i principini da feste in disco e selfie piccanti.

Grazie a tutti, per le critiche e per gli apprezzamenti, tanti. A molto presto, si spera!