Quando nel calcio arriva l’ultima grande recita, domina l’incertezza. Non è una regola fissa ma qualcosa di vero nell’aria c’è e coinvolge in questa sensazione da ultima impresa sia le squadre che i giocatori. Questa sensazione è presente nella capitale più influente dell’ultimo decennio del football europeo: Barcellona.

Prima che la squadra nel suo complesso, il segnale dell’incertezza lo hanno dato nella gara di Torino gli ultimi rappresentanti della vecchia guardia: Piqué e Don Andres. L’ultimo grande di una scuola calcistica che ha fatto epoca ma che si sta allontanando, ogni giorno che passa, dalla cronaca.

Il grande manchego a Torino è sembrato solo. Quasi confinato nella sua tecnica. Privato dai compagni, troppo impegnati a discutere tra loro, di un dialogo tecnico continuo è uscito dopo il tiro paratogli da Buffon, dalla partita. 

Lì mentre il centrocampo spariva, la difesa non era vicina all’avversario, Messi si defilava e Suarez e Neymar giocavano il loro calcio della nevrosi cioè quello del soli contro tutti, Don Andres capiva la fine di un’era.

Il Barcellona è stato in questi anni il simbolo del gioco di centrocampo. L’idea della costruzione continua. 

E’ stato anche una religione di integralismo tattico che i suoi sacerdoti più alti hanno provveduto a divulgare sui campi d’Europa. Tutto però a Torino ha dato, con la squadra spezzata in due, il segno dell’indeterminatezza e la fine del credo in una fede.

Se Iniesta rappresenta, pur nella sua grandezza finale, il segno dell’indecisione tecnica del Barcellona, Piqué è il depositario di quella ideologica. I buchi della difesa, l’esposizione all’avversario, il vuoto di spazi tra un giocatore e l’altro si spiegano tecnicamente, ma anche concettualmente.

L’irriverenza di un pretoriano della vecchia guardia come il catalano verso il rivale storico di Madrid stona oggi che l’incertezza domina e il rischio eliminazione è alto. Non è più lo stimolo per concentrarsi sull’avversario di coppa ma il segno della distrazione, l’altro sintomo della fine di una grande idea.

Il senso di appartenenza a una diversità suona stonato e stanca è tutta la retorica della rimonta di tipica marca spagnola. Concetti che hanno fatto la storia e che per questo hanno affascinato, ma che oggi a poche ore dalla gara sembrano privi dell’energia visionaria di un tempo. Si recitano solo e non si sentono.

La squadra spezzata in due, la denuncia di Don Andres del centrocampo perduto, la retorica fioca del catalanismo conquistatore recitata da Luis Enrique e Piqué, fanno pensare alla requisitoria di Napoleone a Waterloo ai suoi marescialli mentre arrivava Blucher a salvare Wellington. Dov’è la vostra fede? Chiese l’imperatore senza ricevere risposta. In quel silenzio, c’era tutta l’insicurezza di chi è consapevole che si tratta, comunque vada, dell’ultima recita. Che può andare bene e allungare il mito o può andare male e chiudere i ponti con la cronaca.

I grandi spagnoli del nostro tempo calcistico sono in questa situazione davanti alla Juventus. Il 3-0 di Torino è stato il primo passo della squadra di Allegri. Ora occorre la prudenza della forza e la voglia di segnare il punto decisivo ad una squadra che recitando l’ultimo atto si pensa ancora invincibile, anche se in cuor suo sa che è arrivata l’ultima grande recita, quella del tutto o niente, regno dell’incertezza.

@MQuaglini