Il fatto che al peggio non ci sia mai fine non significa che al peggio dovremmo abituarci. Il peggio è continuato a accadere dopo l’ultimo derby Lazio-Roma, quando un gruppo di tifosi biancocelesti, nella zona di Ponte Milvio, ha cominciato a fare saluti romani e intonare cori antisemiti. Bersaglio, manco a dirlo, Anna Frank, la ragazza tedesca ebrea (morta nel campo di concentramento di Bergen-Belsen) che col suo Diario offrì al mondo un’alta e toccante testimonianza della Shoah.

Che ci volete fare? Diranno i soliti benpensanti impigriti, ormai adagiati comodamente sull’amaca dell’ orrore quotidiano. “In fondo erano du’ragazzetti”. A parte che il numero non commisura né l’infamia, né il reato, questo triste episodio non è che la continuazione di quanto iniziato, nell’ ottobre dello scorso anno, con le tristissime figurine dell’immagine di Anna Frank in maglietta romanista.

In occasione della partita Lazio-Cagliari, un gruppo di tifosi laziali, non potendo recarsi in Curva Nord chiusa a causa di precedenti cori razzisti, aveva deciso di assistere alla partita dalla Curva Sud, attaccando ai seggiolini gli adesivi di Anna Frank con la maglia giallorossa. Il fatto fece scalpore: ne parlarono i media di tutto il mondo. La pena comminata alla Lazio dal Tribunale sportivo della FIGC, fu minore di quella richiesta dal Procuratore Pecoraro: 50 mila euro, ma non i due turni a porte chiuse richiesti.

Il Presidente Lotito non si smentì. La riparazione mediatica d’una sua visita alla sinagoga romana gli si ritorse contro come un boomerang: spazientito perché non vedeva il rabbino capo andargli incontro sbottò in un: "Aho! Questi non valgono un c…”. Pochi minuti prima, il patron laziale aveva introdotto l’evento con “Andiamo a fare sta sceneggiata”.

Anche la tesi riduzionista che si tratta di “pischelletti” un po’ troppo vivaci non regge. I 14 ultras indagati dalla Procura della Repubblica di Roma comprendono persone tra i 17 e i 53 anni. Persone che hanno continuato imperterriti nel proprio dileggio antisemita. Al PM che li interrogava sul caso adesivi hanno risposto che non sapevano si trattasse d’una giovane deportata ebrea, pensavano  fosse “la figlia di Fantozzi”. Sarebbe questo l’escamotage per sfuggire all’ accusa d’incitamento all’odio razziale?

Alla blanda pena inflitta alla Lazio dal Tribunale della FIGC seguirà, probabilmente, un provvedimento altrettanto poco esemplare, per usare un eufemismo.

La Comunità Ebraica romana s’è detta dispiaciuta di essere costretta ogni volta a dover ricorrere per prima a proclami che poi si perdono nel nulla, anche se per la verità, quando scoppiò il caso, gli adesivi furono condannati dal Presidente della Repubblica Mattarella, dal Presidente del Consiglio Gentiloni e da Matteo Renzi.

Certo, al di là dei richiami e delle leggi, dei tribunali e dei gesti mediatici, ci vorrebbe la possibilità di far sentire isolati e disprezzati individui del genere. Ma i tempi non sembrano adatti: un po’ perché il “menefreghismo” la fa da padrone, un po’perché non sono poche, oggi, le persone che li apprezzano.