Non basta qualche battuta a vuoto per evocare gli antichi fantasmi. Eppure non si sa mai. L’Inter è fatta così: ogni tanto scompare, svanisce, si accascia come un ectoplasma per poi ripresentarsi spavalda e determinata, ma il treno della classifica è ormai passato… Non era tutto oro quello che luccicava fino a poco tempo fa sulle maglie nerazzurre, però - diciamocelo - nel terzetto di testa non sfigurava, accanto a una certa opacità juventina e al solito inizio sprint del Napoli. Poi la poca concentrazione col Crotone, il punto letteralmente conquistato contro un Bologna atleticamente e tatticamente superiore, il ricordo d’una vittoria avventurosa in casa della Roma, hanno rimescolato le prime carte del suo campionato. 

Si è rivisto, in parte, il film della squadra dell’ ultimo Mancini, che all’andata sapeva vincere di sponda e di rinterzo aiutata dalla buona sorte, per poi ripagare con gli interessi nel girone di ritorno tutto quello che era riuscita a strappare in precedenza. Troppo presto per dirlo o, come proferisce Allegri "chi è in gran forma adesso, pagherà poi?". Sarà, ma non siamo del tutto certi che marzo debba sempre essere il mese più crudele. L’idea di partenze dolci e rilassate è tutta italiana: nei campionati che contano non è così e si è visto in Champions. Certo, se i nerazzurri non spiccano il volo (continuità, concentrazione, gioco apprezzabile) con Spalletti, possono passare direttamente dall'esorcista. Non diciamo nulla di nuovo se segnaliamo come l’allenatore di Certaldo sia forse il miglior tattico del campionato italiano, quello che ha fatto rinascere, in corsa,  la Roma di Garcia ormai alla deriva ed è arrivato secondo l’anno scorso con la stessa squadra.

Roma era Roma, con difficoltà, pressioni e imprinting da Colosseo. Basti citare il caso Totti, che gli alienò le simpatie di buona parte dei tifosi giallorossi. Milano non è così. E' meno dispersiva e meno invasiva, allo stesso tempo: Spalletti non dovrebbe arrampicarsi sui vetri, con stridori dialettici, come era costretto a fare nella Capitale; non dovrebbe essere impegnato a passare la metà del suo tempo a guardarsi le spalle, nello spogliatoio e fuori. Non dovrebbe accadere. Ma l’Inter, la società, i suoi tifosi, sono ancora scottati da un anno vissuto e finito pericolosamente, il cui fantasma è sempre troppo vicino. E coi fantasmi non si scherza.