L’addio definitivo di Pirlo al calcio giocato ci dispiace, ma non ci sconforta più di tanto. E anche il fatto che se ne sia andato con una vittoria di Pirro (scusate il gioco di parole), incapace d’impedire l’eliminazione della sua squadra newyorkese, non ci intristisce fino in fondo.

Avevamo elaborato un “prelutto” quando aveva lasciato la Juve e l’Italia. Oggi, in fondo, si ufficializza quella mancanza che ha spento la luce, anni fa, sul nostro campionato, rendendolo più povero e modesto.

Inutile qui ricordare le tappe di una carriera prodigiosa, soprattutto nel Milan e nella Juve (scudetti, Champions, supercoppe) inutile ricordare il campione mondiale del 2006; utile riaffermare quanto ci sia mancato. Non è questione di tifo, è questione di calcio. Una giocata di Pirlo valeva una partita. Non c’era bisogno della proverbiale punizione, del lancio a 60 metri sul piede del compagno, del tiro da fuori area che finiva nel sette o nell’angolo basso. No, non c’era bisogno dell’ acuto, per capire che Pirlo, in campo, disegnava armonie e che le sue partite respiravano come sinfonie.

Si dice che già Mazzone, nel Brescia, lo avesse provato in allenamento davanti alla difesa, si dice che a suggerire questa posizione ad Ancelotti sia stato lui e che sempre lui si rabbuiasse in silenzio, quando Allegri lo spostava sulle fasce. Pirlo stesso definì egregiamente il suo nuovo ruolo dicendo di essere “come un pesce che quando il mare è profondo respira, se lo spostano sotto il pelo dell’acqua si arrangia, ma non è la stessa cosa”. Fatto sta che, come regista arretrato, non ha avuto eguali. Non solo per l’efficacia, ma anche per l’eleganza. I suoi movimenti e i suoi tempi, capaci di disegnare sull’erba un diagramma che, appunto, sa di musica sono purtroppo irripetibili. Purtroppo per noi che non li rivedremo più (ma come detto ci rassegnammo anni fa) e purtroppo per la Nazionale che non ha trovato ancora nessuno in grado di sostituirlo. Non in toto, almeno in parte. Perché basterebbe solo un po’ di Pirlo a ridare respiro e luce a chi gioca e a chi guarda giocare.

Un leader silenzioso” lo definiva Lippi, uno che veniva “fregato dalla sua faccia, con l’espressione sempre uguale (…) che però inventa discorsi strampalati e spiazza i suoi compagni” (il tratto autobiografico è dello stesso Pirlo), uno col senso della misura innato, che sapeva prendere le misure a tutto, con o senza palla, uno mai sopra le righe. In fondo lineare e semplice. D’una semplicità geniale, che continua a mancarci e che ci mancherà per molto tempo.