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Paolo Beldì
- se n’è andato ieri, all’improvviso a 66 anni - ha avuto il grande merito di aver consegnato agli italiani un binocolo attraverso cui guardare il calcio da un’altra prospettiva: nuova, ironica, leggera. La speciale diversità è stata la cifra stilistica del suo lavoro di regista televisivo. Il nome di Paolo Beldì è legato indissolubilmente alla storica trasmissione «Quelli che il calcio», che all’alba degli anni 90 (andò in onda per la prima volta nel 1993) portò nelle case degli italiani una piccola grande rivoluzione. Noi, seduti in divano, guardavamo altri che guardavamo il calcio e ce lo raccontavano. Non s'era mai vista, una cosa così. Beldì seppe rendere brillante quella dinamica - io ti guardo mentre tu guardi qualcosa che poi mi racconterai - inventando un nuovo modo di fare televisione. Un calzino, una smorfia, la piega di una maglia, una scarpa in primo piano, uno sbadiglio, un fremito: tutto entrava nell’inquadratura, come mai era successo prima.

Aveva i tempi del comico, Beldì. Ed infatti - da comico - aveva debuttato, in radio, all’inizio degli anni 80, per poi approdare a Fininvest - la futura Mediaset - come regista di programmi-cult di intrattenimento, «Banzai» e «Mai dire Mundial». La sua carriera era proseguita in RAI. Era stato il regista di «Mi manda Lubrano» e di «Svalutation», con Adriano Celentano mattatore assoluto: la collaborazione tra i due continuò anche in "Francamente me ne infischio" (1999) "Rockpolitic" (2005) e "La situazione di mia sorella non è buona" (2007). In trent’anni di carriera ha diretto tre Festival di Sanremo (i due di Fabio Fazio e quello con Giorgio Panariello): durante una di queste edizioni ebbe l’ardire di soffermarsi su uno spettatore che - nelle prime file - si era addormentato, la testa reclinata e le labbra nella placida posa di chi non si sveglierà nemmeno con le bombe. La popolarità però l’aveva raggiunta con «Quelli che il calcio», a fianco di Fabio Fazio dal 1993 al 2001, con una compagnia di giro che comprendeva Marino Bartoletti, Carlo Sassi, la laziale Suor Paola, il tifoso juventino Idris, Teo Teocoli, il designer giapponese Takahide Sano e l’esperto di statistiche con una sola espressione - sempre quella - il mitologico Massimo Alfredo Giuseppe Maria Buscemi, che concludeva ogni suo intervento con che concludeva ogni descrizione con il tormentone "Tutto questo, per la precisione".
Beldì era un tifoso viola. Di quelli veri. Appassionati, sanguigni, sfegatato. La società viola l’ha ricordato nel suo profilo Twitter. Ad ogni gol della Fiorentina in studio partiva il jingle: «Oh Fiorentina», l’inno della squadra viola, che molti italiani conobbero proprio grazie al tifo di Beldì. Era nato nel 1954, la Fiorentina avrebbe vinto lo scudetto solo l’anno dopo. Non ne aveva ricordo ovviamente, se non per i racconti che gli venivano fatti. La Fiorentina che gli era rimasta nel cuore era quella Campione d’Italia nel 1969. La squadra allenata dal Petisso Pesaola, con Superchi e Brizi, De Sisti e Chiarugi, Amarildo e Maraschi.  Da ragazzino era innamorato di Rosetta, il Cecco, centromediano del primo scudetto, conosciuto di persona a Novara, dov’era cresciuto, figlio di uno dei più geniali creativi della televisione italiana degli anni 60. Ma il suo idolo - il fantasista che l’aveva portato a tifare viola - era stato Hamrin, l’«Uccellino svedese», il campione che con i suoi gol aveva fatto sognare un’intera città. Quando è mancato - venerdì sera - era nella sua casa di Magognino, sul lago di Stresa, in provincia di Novara. La compagnia di amici lo aspettava al vicino circolo di Levo, si erano dati tutti appuntamento per seguire Italia-Belgio. A trovarlo privo di vita sono stati i soccorritori. Si parla di un arresto cardiaco. Paolo Beldì avrebbe compiuto 67 anni il prossimo 11 luglio.