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Se poteva corrodere, Schopenauher corrodeva. Senza risparmiare nessuno. I suoi bersagli preferiti: gli indiscutibili punti fermi del suo tempo. Il potere politico, quello militare, la religione, la morale, il culto della scienza, la ragione onnipotente… E, soprattutto, i suoi colleghi. “Al mercato degli schiavi di Agadir - si domandava - valeva di più un filosofo o un cuoco?”.

Già allora, senza chef mediatici, non c’erano dubbi. Ma più che l’alto valore del cuoco, Schopenauher voleva marcare il basso valore del filosofo, tanto per irridere i soloni della sua epoca. Oggi quei soloni li invidiamo. E il paragone potrebbe essere . “Al mercato della schiavitù social vale di più un influencer o un calciatore? Anche in questo caso non abbiamo dubbi: valgono troppo entrambi. Ma fino ad una quarantina di anni fa o giù di lì, era possibile operare il rovesciamento da carnevale tra valori alti e valori “bassi”. E far trionfare questi ultimi.

E’ciò che fecero gli indimenticati Monty Python, in un loro sketch degli anni Ottanta: la partita di calcio tra filosofi tedeschi e greci. Formazioni. Per i tedeschi: Leibniz, Kant, Hegel (capitano), Schopenhauer, Schelling, Beckenbauer, Jaspers, Schlegel, Wittgenstein, Nietzsche, Heidegger (allenatore Martin Lutero). I greci si schierano con: Platone, Epitteto, Aristotele, Sofocle, Empedocle, Plotino, Epicuro, Eraclito, Democrito, Archimede e Socrate (capitano/allenatore). Arbitra Confucio; guardialinee i signori San Tommaso d’Aquino e Sant’Agostino, con rispettive aureole. Favorita, la Germania, che è arrivata in finale “imponendosi all’attenzione dell’opinione pubblica grazie alla sua problematica”.
L’età, aggiungiamo noi, congiura contro gli Elleni, che, d’altra parte, hanno l’esperienza dalla loro.  Le due squadre si schierano con le rispettive divise: tuniche per i Greci, frack, abiti di fogge secentesche, settecentesche e ottocentesche (con modelli primo novecento) per i tedeschi. L’unico vestito da calciatore è il grande filosofo tedesco, teorico della difesa dinamica del soggetto, Beckenbauer. Palla al centro, Confucio rovescia la clessidra, la partita inizia. Nessuno tocca il pallone, ognuno è immerso nei pensieri suoi.

Immediatamente Heidegger cammina spedito verso la porta avversaria cercando l’essere, Aristotele gli si para incontro con la mano sotto il mento forte della sua “Etica Nicomachea”, Kant guarda “il cielo stellato sopra di noi”, mentre Nietzsche sembra aver smarrito la sua proverbiale potenza.  Epicuro, di colpo, ingrana una fulminea ripartenza con la “prolessi”. La partita è profonda, ma non emozionante, acuta, ma non spettacolare. D’accordo, ci vogliono giocatori intelligenti, però forse è esagerato. Il telecronista nota  : “Socrate sta facendo un po’ di riflessioni”. La partita non si accende. Pitagora scalpita in panchina, Nietszche viene ammonito per la terza volta in 4 partite, un esangue Wittgenstein è sostituito da un focoso Marx che, uomo d’azione, parte come una furia, ma senza palla. Si profila lo spettro dello 0 a 0 con relativa lotteria dei rigori, quindi una mega discussione su “Caso e necessità”, quando, improvvisamente, Archimede urla: “Eureka!”. S’impossessa del pallone, lo calcia e corre in avanti con Socrate, che, su lancio perfetto, insacca di testa, trafiggendo un immobile Leibniz. Lutero protesta. Così la partita del secolo finisce 1 a 0 per i Greci.

Senza discussioni. All’ opposto di quel che accade oggi. Ma qualcun ha fatto notare che Beckenbauer non è più attuale e Socrates si scrive con “s” finale.