Noi viviamo in un’implicita quanto errata pretesa, che i problemi si possano risolvere senza interrogarsi sulle cause. A volte non vogliamo farlo, spesso non ne siamo in grado, resta il fatto che quasi sempre riusciamo addirittura a confondere l’effetto con la causa. Il mondo del calcio è profondamente malato, questo lo sappiamo, sempre che con “calcio” intendiamo la stessa cosa di una trentina d’anni fa; ma anche se parlassimo di qualcosa di diverso, il quadro sarebbe comunque desolante. Attenzione, non ci riferiamo qui agli esiti nefasti della globalizzazione pallonara o ai super sceicchi, né allo sport come show o alla ammorbante retorica che lo accompagna: questi aspetti li abbiamo più volte denunciati, ma oggi dobbiamo fare un passo indietro.


Partiamo allora dall’inizio, dal modo in cui si forma un calciatore, e nel farlo saltiamo per esigenza la fase della scuola calcio – malgrado si potrebbe aprire anche qui una parentesi, ma questa è un’altra storia. All’età di 13 anni il ragazzo entra “finalmente” nell’ambito agonistico. Molti di voi sapranno come funziona: a quest’età si è ormai under 14, il primo anno dei giovanissimi tanto per intenderci; poi si diventa allievi fino ad essere juniores, ma cosa accomuna tutte queste tappe? Le categorie: provinciali, regionali, élite (per quest’ultima va fatto un discorso a parte). E qui iniziano i problemi veri e propri.


Quella del calcio agonistico giovanile, infatti, è una macchina perversa fondata sul business, con dinamiche ben più dannose – paradossalmente – di quelle professionistiche. Qui non solo il sistema è costruito in modo tale che la priorità sia il lucro, ma come se non bastasse ciò si verifica a scapito della qualità e della crescita, tanto dei ragazzi quanto del movimento in generale. Accennavamo alle categorie, che storicamente sono sempre state due, i regionali e i provinciali (tralasciando i nazionali, a cui possono partecipare solo le società professionistiche); successivamente è stato creato – e poi “liberalizzato”- l’èlite, il campionato di maggior livello che nasce come un’estensione dei regionali (anche se non su tutto il territorio nazionale), e diviene dunque il più ambito: questo rientra in una deriva che ci porta direttamente al cuore del problema. L‘obiettivo, infatti, diventa fin dai 13 anni mantenere o migliorare la categoria. Sacrosanto, direte voi: il problema è come, e perché.
Partiamo dal presupposto secondo cui il calcio giovanile si inscrive in un quadro di enorme ignoranza generalizzata, e in quello che rappresenta il vero male di tanti ragazzi, ovvero i genitori convinti che il proprio figlio sia il nuovo Nesta, Pirlo, Del Piero. Questa è la premessa fondamentale, perché tutte le grane, banalmente, derivano da qui. Avendo a casa l’astro nascente del calcio italiano, o anche solamente un possibile professionista, dove lo si porta? Semplice, nelle categorie migliori e nelle società più note che, come tali, partecipano a campionati di prima fascia frequentati da osservatori, agenti, giornalisti etc. Poco importa che il ragazzo sia il trentaduesimo nelle gerarchie, o che per portarlo agli allenamenti si debbano fare quaranta chilometri e un’ora di traffico sul raccordo anulare: l’importante è che abbia il palcoscenico – e la borsa – della Roma, della Lazio, della Vigor Perconti, del Tor Tre Teste. Forse così l’osservatore o l’agente di turno lo noterà, e tutti gli sforzi saranno ripagati (quando i maiali voleranno, come dicono gli inglesi).



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