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Marco Amelia, Campione del Mondo nel 2006 ed ex giocatore di Milan, Livorno, Palermo e tante altre, è stato l'ospite di giornata nella diretta Instagram  sul nostro profilo ufficiale. Tanti gli aneddoti e le rivelazioni in una lunga chiacchierata. Ecco alcuni passaggi:

“La raccolta fondi dai giocatori Campioni nel Mondo del 2006?
Tutto nasce dall'esigenza di trovare materiale di prima necessità per chi ne ha bisogno, per chi lotta in prima linea e, naturalmente, sono stati i veterani come il capitano Cannavaro, che ha vissuto prima di noi questa situazione, a lanciare l’idea, dopo di lui Del Piero e poi tutti noi altri ci siamo aggregati per creare questa raccolta fondi. Abbiamo già acquistato tre ambulanze e altri utili per aiutare chi sta lavorando in questo momento e cercheremo di fare tutto ciò che possiamo. Nel 2006 siamo riusciti ad unire gli italiani e ora vogliamo dare una mano per vincere questa partita, questo vale di più di un Mondiale e, se possiamo, proprio trasmettere lo spirito che abbiamo avuto noi nel 2006 a tutti gli italiani in generale e soprattutto a coloro che oggi devono veramente lavorare tantissimo finché questo periodo non finisce. Così che si riesca a ritornare alla vita normale. Del Piero e Cannavaro sono stati coloro che hanno dato il là a questa raccolta fondi ed è naturale che ci siamo aggregati tutti noi, ma anche altri giocatori e personaggi dello spettacolo, tutti gli amici e poi tutte quelle persone che contribuiscono per poter poi arrivare alle cifre che servono per acquistare mano mano ciò che serve per chi è in prima linea.

La chat del Mondiale? 
L’immagine del profilo è quella quando Fabio ha alzato la Coppa. Il più attivo sulla chat? Attivi tutti, perché comunque vuoi non vuoi eravamo un bel gruppo, quando qualcuno ha qualcosa da dire scrive subito, si va dal prendersi in giro fino alle cose importanti, come supportare chi oggi fa l'allenatore e magari sta vivendo situazioni difficili o comunque elogiare chi invece sta facendo delle ottime cose. È questo il bello di un gruppo che si è unito talmente tanto nel 2006, è arrivata la vittoria, ma poi ha mantenuto i legami per tutti questi anni e ancora oggi. Questo è il bello di anche di averne fatto parte nel 2006.

La complessa trattativa con lo Spartak Mosca?
Io tra poco scriverò un libro solo per quella trattativa, perché fu veramente incredibile e devo dire anche dura psicologicamente, perché comunque ero giovane, stavo vivendo una stagione esaltante, il post Mondiale, quindi vivere quelle settimane con una trattativa non facile per chi ha comunque 24 anni, è stata dura da sopportare. Sono accadute tante di quelle cose anche ironiche e non ho mai vissuto una roba così e devo dire che oggi raccontarlo mi viene da ridere. E Carlo Pallavicino lo sa bene perché era insieme a me e abbiamo vissuto settimane incredibili, dove praticamente io sono stato anche un giocatore dello Spartak Mosca, ho concluso tutto, poi è saltato di nuovo, poi sono stato di nuovo giocatore, poi è saltato tutto. Nel mentre comunque dovevo allenarmi e giocare per il Livorno, perché comunque ero molto legato a Livorno e quindi dovevo allenarmi e andare avanti nelle partite, poi alla fine è saltato tutto e sono rimasto a Livorno, che è stata la mia squadra. Ma comunque in quelle settimane ho vissuto e di tutto e di più e forse tante cose non possono essere raccontate.

L’affare Chelsea a 33 anni?
Dopo il Milan avevo delle offerte per continuare a giocare, poi deciso invece di iniziare un percorso diverso e portare avanti un progetto che c'era qui, con una società che gestivo insieme alla mia famiglia, agli amici e abbiamo portato una squadra a vincere il campionato di Serie D, andare in Serie C. Un percorso diverso. Lasciai quel club e avevo deciso di riprendere a giocare. Feci due mesi a Perugia, un’esperienza meravigliosa, in cui già iniziavo a pensare da allenatore. Poi arrivò la chiamata di Mourinho a mercato chiuso, ai primi di settembre, ci fu l’infortunio di Courtois ed ero uno dei pochi portieri di livello liberi. E da lì è nato tutto. Sono andato su e ho firmato in due giorni, meraviglioso. Mi ha gratificato tantissimo, anche il modo in cui Josè e il suo staff mi ha fatto sentire di nuovo giocatore importante, anche se sono andato a tappare i buchi. Dovevo fare il secondo all’inizio e al rientro di Courtois il terzo. Sapevo il mio ruolo ma per me contava fare quel percorso per iniziare a rubare qualcosa da allenatore, a lui che è uno dei più grandi. Nello stesso anno arrivò poi Hiddink, per me fu fantastico, vale come un corso a Coverciano. Allenarmi con quei campioni mi ha portato a responsabilizzarmi, dovevo fare il massimo. Nelle ore post allenamento mi divertivo moltissimo a studiare Josè e quello che faceva in preparazione della partita.

Un retroscena su quello spogliatoio?
Diego Costa. È una persona totalmente diversa da quello che si vede. Va conosciuto in prima persona, lo si vede soltanto da avversario, in tv. È un personaggio, è eccezionale nello spogliatoio, fa divertire tantissimo, è un padre di famiglia. In campo si trasforma, ma è la sua forza, a volte eccede, ma resta tra i più grandi in circolazione.

Il flop di Hazard al Real?
È fortissimo, ma deve trovare la continuità che lo mette tra i più grandi. Me lo ricordo in Lille-Genoa, ci fece gol, lo vidi subito che era uno di un altro pianeta, ma deve trovare continuità, gli è mancato. Era abituato a un calcio diverso in Premier League, voleva incidere nella Liga tantissimo, ma non ci è riuscito. Io l’ho messo tra i primi giocatori al mondo, mi piacerebbe venisse messo tra i Messi e Ronaldo per le qualità che ha, gli ho visto fare cose incredibili in allenamento. Ma inciderà e farà bene.

Donnarumma e Begovic, può l’ex Chelsea sostituire Gigio in caso di partenza?
Begovic è un professionista esemplare, ma non può essere il sostituto di Donnarumma in caso di partenza. Gigio è uno dei più forti in circolazione, difficile trovarne così. Lui può sostituirlo nel caso in cui il Milan decidesse di non tornare nei top club, anche perché i top club devono rispettare l’opinione pubblica, non so quanto verrebbe accettato. Ma un top club deve avere tre top portieri, Begovic è tra questi.
La caduta del Milan?
Il Milan è figlio della filosofia precisa di Berlusconi e Galliani, lo è stato per 40 anni e ha fatto bene, ma dopo il loro addio non si è più ripetuto questo. Il club attuale deve rimettere una filosofia nell’ambiente e poi prendere i giocatori per seguirla.

Allegri e Mourinho, simili o diversi?
Sono due grandissimi allenatori. Mi dispiace solo che Allegri non sia riuscito a vincere la Champions con la Juve in questi anni. È arrivato tra gli scetticismi, ha vinto e convinto, lo meritava. Ha fatto benissimo, poi perdi e tutti si dimenticano il lavoro fatto, ma è stato un grande allenatore, sia nel Milan, sia alla Juve, dove ha segnato per tanti anni il calcio italiano. E lo sarà ancora con questa linea. Difficile un paragone, ognuno ha la sua filosofia: Allegri è bravo in campo, a gestire i momenti durante la partita, Josè è in grado di motivare i suoi top player al massimo, ricreare ambienti vincenti e vincere, come all’Inter. Sono diversi, ma hanno delle similitudini: precisione e capacità nel lavoro settimanale, ma soprattutto mirato all’avversario di domenica.

Cosa porta Ibra nello spogliatoio?
Saluta eh, saluta. Porta mentalità vincente. Il litigio con Onyewu? È stata da ridere. Si stava facendo un possesso palla, loro si prendevano, parlavano in inglese. Si sono presi in un contrasto, poi si sono attaccati in una presa da wrestling e non si sono più staccati. Sono stati così 4 minuti, tutti hanno provato a separarli, ma nessuno ci è riuscito. E ci siamo anche divertiti, l’allenamento fu sospeso ma era quasi finito, ma poi tante risate tra tutti. In un contesto di un certo livello certe situazioni vengono sdrammatizzate da tutti, anche dai protagonisti. Ibra è un vincente, non ci sta se uno non dà il massimo in allenamento, alza il livello, sempre. Ti ricorda sempre dove sei, ti fa tirare fuori quello che non hai. Non vuole mai perdere, ogni partita di allenamento era una finale di Champions League.

Cos’era Ronaldinho, a cui ha parato anche due rigori da avversario? Ne avete mai parlato?
Ne abbiamo parlato subito, il primo giorno. Gli ho detto che da qual momento glieli avrei parati solo in allenamento. Ronaldinho è stato uno dei più grandi, lui fa innamorare i tifosi suoi e delle squadre avversarie, non ho mai visto fare agli altri quello che fa lui. Noi lo abbiamo vissuto in una fase di carriera in cui voleva tornare in Brasile, non voleva tanto allenarsi, però quando si allenava era difficile per tutti. In allenamento vedi molto di più, era devastante, faceva tutto contro grandi giocatori e lui faceva cose che nemmeno Thiago e Nesta potevano fermare. Mi spiace soltanto che il finale di carriera l’abbia fatto non rispettando la sua grandezza. A Barcellona ha fatto cose paragonabili a Messi, mi spiace non l’abbia fatto a Milano, dove aveva ancora tre anni di carriera quando è tornato a casa.

Un giocatore da cui si aspettava di più?
Pato. È stato fermato dagli infortuni, mi dispiace davvero tanto. è uno dei più grandi per qualità, infinite, dopo il Milan non è più tornato nei top, non gli hanno dato fiducia fisica, lui doveva giocare 10 anni in top club. È uno che può segnare 1 o 2 gol a partita.

Quale la parata più bella e quale la più importante?
Una bella la feci contro Pandev in un Livorno-Lazio, mi tirò forte da vicino e la presi, difendevo il record di imbattibilità in casa e fu bello. Di importante ho fatto gol, in Coppa Uefa contro il Partizan, è stato uno delle soddisfazioni più grandi, ci ha qualificato. Quella sera solo la tv locale livornese fece la partita in diretta, solo noi come Livorno passammo il girone di Coppa, non lo vide quasi nessuno (ride ndr).

Futuro da allenatore, ma dove?
Ambisco al massimo. Vorrei arrivare ad allenare in un top club e poi verso fine carriera la Nazionale. Sono giovane, cerco il meglio, ma tutto passa da questi anni di gavetta, ho fatto un’esperienza incredibile nella Vastese, che merita di stare più su come piazza e società. Ho imparato tantissimo.

Avevate fin da subito la sensazione di poter vincere quel Mondiale nel 2006?
C’erano talmente tanti casini che non pensavamo di vincerlo. Il segreto è stato l’allenatore, Lippi, che ha costruito un gruppo di persone giuste e di calciatori giusti. Noi dalle prime partite abbiamo iniziato a darci gli obiettivi, il sogno era la semifinale, ma abbiamo visto che costruivamo qualcosa di importante. Poi in finale ci speri, di fronte avevamo una squadra fortissima, li abbiamo visti il giorno prima, loro più abituati a queste partite, ma ce la siamo giocata. E lì la forza è stata la tranquillità che ci dava Lippi e ha fatto entrare in tutti noi l’idea di potercela fare, fino all’ultimo rigore di Fabio Grosso. Oggi tutti si ricordano di quel Mondiale”.