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CHIUSO per rabbia. Il Bologna mette la catena al Centro tecnico di Casteldebole e si cuce la bocca fino a domenica prossima, quando arriverà il Napoli: grande occasione per il riscatto che, se arriverà, sarà dedicato agli scettici.
Per i giocatori del Bologna quella di ieri è stata una pessima giornata. Prima di stupore poi di amarezza. Le ore che hanno portato alla partita con il Brescia sono servite a caricare la molla del dubbio, delle scetticismo e, infine, a sconfitta archiviata, dell’insulto.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, l’urlo di un tifoso a fine allenamento: non sarete molli come domenica scorsa anche con il Napoli, vero? Eh no, questo è troppo per chi quest’anno ha fornito schiaccianti prove di alta professionalità. Hanno avuto l’impressione che una sola sconfitta abbia ribaltato le carte in tavola, che la realtà di un gruppo solido e affidabile, fino a pochi giorni fa orgoglio della città intera (Merola escluso), abbia lasciato spazio alle congetture e perfino alla derisione. Giornali e tv li hanno delusi: di fronte al crollo che gli allibratori hanno imposto alla quota che dava vincente il Brescia, i «media» hanno aperto il dibattito, invece che impegnarsi a spegnerlo sotto la pioggia dei meriti che andavano riconosciuti al Bologna, alla sua capacità di autogestirsi per tenere in vita la società e invogliare i compratori a varcare la porta di ingresso di Bologna 2010.
 

NESSUNA voce si è levata in difesa dei cavalieri senza macchia. E già questo ai giocatori del Bologna non è piaciuto. Quando poi hanno captato da parte di alcuni anonimi passanti un eccesso di ironia sull’andamento dell’ultima partita, comune è diventato il pensiero: servirà isolarsi a caccia di concentrazione invece che sottostare a un dibattito ingiusto e stucchevole sulla partita di Brescia.
 

Il Bologna, dicono i giocatori, ha perso male altre partite: quelle di Napoli e di Palermo, sempre dopo la sosta e quella in casa della Samp che era a secco prima e che è rimasta a secco dopo. Il Bologna non è una squadra imbattibile e quest’anno, ogni volta che ha perso, lo ha fatto «male», come a Brescia. Ma i bolognesi non possono pensare di avere una squadra da alta classifica e non devono pensare che dietro a una sconfitta arrivata a salvezza virtualmente acquisita esista un peccato di lesa sportività. Passi, dicono, che nessuna voce si sia levata in loro difesa, dopo i tre gol incassati a Brescia in una partita senza storia. Ma leggere alla vigilia che «a Brescia si sarebbe fatta la virtù del Bologna», e assistere alla semina dei dubbi sull’attendibilità dell’ultima partita, questo non lo hanno digerito. La squadra che per sei mesi ha tirato la carretta senza stipendio non accetta insinuazioni, non frecciatine e neppure la preghiera di andare subito a caccia di un riscatto. Meglio: quello sportivo sì, servirebbe come sempre, ma di quello morale il Bologna non ha bisogno.
Qualcuno lo ricorderà: il Bologna più chiacchierato in questo senso fu quello del 1983, quando il presidente Fabbretti scomparve per causa di forza maggiore e lasciò la squadra senza stipendio. Allora successe il finimondo (in tutti i sensi) e la squadra andò dritta in serie C. Stavolta, situazione analoga, ma squadra salva con otto turni di anticipo.