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"Se Del Piero è stato soprannominato Pinturicchio, mi piacerebbe poter essere chiamato Michelangelo": basta questa frase per identificare Ma Ming Yu, il primo calciatore cinese a calcare i campi della Serie A. Modestia poca, classe ancora meno visto che lo ricordiamo come uno dei più grandi bidoni che abbiano mai militato nella nostra massima serie. Eppure i presupposti erano ben diversi: quando Luciano Gaucci, vulcanico presidente del Perugia, decide di acquistarlo dal club cinese del Sichuan Quanxing, tutti i tifosi del Grifone ma in generale gli appassionati di calcio si aspettano un centrocampista in grado di fare la differenza, visto gli sfracelli compiuti in patria. 

UN NONNO DALL'ORIENTE - "Dalla Cina con furore": investimento stravagante, una delle tipiche operazioni compiute da Gaucci sul mercato orientale prevalentemente per un ritorno di marketing. Arriva in Italia a 27 anni, secondo l'ufficio stampa del Grifone, mentre da fonti cinesi si parlava già di 30-32 primavere: viene prelevato in prestito oneroso per un miliardo di lire, con diritto di riscatto esercitabile a 4 miliardi e un compenso di mezzo miliardo l'anno. Non poco, per le casse di un club medio-piccolo come era allora quello umbro. Il problema è che il "nonno", come era soprannominato dai compagni di squadra perugini per via di un viso che dimostrava ben più dell'età dichiarata, non riuscì minimamente ad ambientarsi in Italia né tantomeno al calcio del Belpaese.  Con la maglia del Grifone disputa solo due presenze, un'amichevole estiva e una parte della gara di Coppa Italia contro la Salernitana.

I COMUNISTI E LA MANCANZA DI AMBIENTAMENTO - Numero nove, sempre per sottolinearne l'umiltà, all'arrivo all'aereoporto di Roma dichiarò di voler essere il capostipite del calcio cinese in Italia e di voler fare meglio del giapponese Nakata: sin dalla prima conferenza stampa si rivela un personaggio pittoresco, dichiarandosi stupito di vedere i comunisti anche in Italia, come nel suo paese, e di voler battere Alessandro Nesta, il giocatore italiano da lui considerato più forte. Alessandro Gaucci, ds del Grifone, si fregiava di essere riuscito a trovare finalmente "l'unico fenomeno tra un miliardo e mezzo di cinesi". Niente di più sbagliato: Ma non si ambienta, vive chiuso in casa con la moglie, telefona spesso alla figlia di 3 anni rimasta in Cina e non cerca amicizie. "Perché l’italiano è troppo diverso dal cinese. Lo studio, lo capisco poco. Fuori dal campo non saprei con chi parlare. Quando mi alleno, invece, Cosmi si fa intendere a gesti. E io so benissimo dove posso essere utile. Mi piace stare in famiglia: mangiamo al ristorante cinese sotto casa, vediamo DVD coi sottotitoli, ascoltiamo vecchia musica cinese". Non certo il massimo, per provare ad integrarsi in una nuova realtà. 

COSMI COME MIHAJLOVIC - Il rapporto con Cosmi è la ciliegina sulla torta: il tecnico del Grifone lo elogia per la visione di gioco e poi lo manda regolarmente in tribuna, non lesinando alcune prese in giro che ricordano un po' le stillettate rivolte ultimamente da Mihajlovic ad Honda. Oggi, quindici anni dopo, i calciatori cinesi in Italia non sono ancora arrivati: in compenso è l'epoca degli investitori, con Inter e Milan pronti a finire in mani orientali. Gaucci è stato un precursore, ha solamente confuso i ruoli: bisognava cercare denaro in Cina, non calciatori. Neanche a dirlo, al termine della stagione Ma Mingyu se ne tornò al mittente, nella stessa squadra dalla quale era stato ingaggiato, per concludere la carriera un paio di anni più tardi, nel 2003. "Il suo solo difetto è che gioca in Cina", disse di lui il suo allenatore in nazionale, Bora Milutinovic: la Cina che mentalmente Ma non è mai riuscito ad abbandonare. 

'IO NON IRONIZZEREI' - Il "nonno" verrà ricordato dai posteri per due lampi di luce: fu capitano della Nazionale cinese al Mondiale in Corea-Giappone e fu suo il primo tiro cinese della storia verso una porta avversaria, quella del Brasile, nella prima gara della manifestazione nippocoreana, persa per 4-0. Ma soprattutto per aver dato spunto alla famosa imitazione di Serse Cosmi, ideata da Maurizio Crozza a "Mai dire": da un'intervista a Stadio Sprint in un dopopartita venne chiesto al tecnico perugino che fine avessero fatto i due asiatici Ahn e Ma, che non giocavano mai. Prima che il tecnico potesse rispondere arrivò la battuta di Vincenzo D'Amico che rispose: "Ma(h)....", scatenando l'ira di Cosmi e la sua risposta divenuta immortale: "Io non ironizzerei su queste cose". Dopo poche settimane quella frase divenne il cavallo di battaglia di Maurizio Crozza: tra l'altro in cinese Ma significa proprio cavallo...

@AleDigio89