La giustizia sportiva, detta “domestica” non si sa se perché lava tutti i peccati o perché minore, è uno dei grandi mali del calcio italiano. Se qualcuno stentasse a crederlo è sufficiente che rifletta sulle ultime due vicende legate alla Serie A: il caso Parma/Calaiò e il caso Chievo/Cesena.

Partiamo da quest’ultimo solo perché più fresco, più chiaro e più grave.

Il Chievo, che aveva allestito uno schema di “plusvalenze fittizie” tra il 2014 e il 2017, non è stato giudicato per un vizio di forma. E, dunque, anziché retrocedere in serie B (erano stati chiesti 15 punti di penalizzazione sullo scorso campionato), non solo resta in serie A (ai danni del Crotone che sarebbe stato ripescato), ma - per ora - non avrà alcuna penalizzazione per il prossimo campionato.

Chi ha sbagliato?

La Procura federale che, se fosse retta da persone responsabili, oggi penserebbe ad una raffica di dimissioni, anziché ad una ridda di recriminazioni. L’errore è lapalissiano: non avere ascoltato il presidente del Chievo, Luca Campedelli, che ne aveva fatto richiesta.

Perciò i giudici della sezione Disciplinare del Tribunale federale, pur prendendo atto della fondatezza del deferimento e delle prove degli illeciti, hanno stabilito l’improcedibilità riguardo alla posizione del club veronese che ha alterato i bilanci per ottenere l’iscrizioni al campionato. Reato gravissimo e che andava punito in modo congruo, cioé giusto.
Sarebbe stato così se la Procura federale (procuratore Giuseppe Pecoraro, oltre a dieci procuratori federali aggiunti) non avesse ignorato l’istanza di audizione di Campedelli, peraltro presentata quando i termini erano scaduti e la conclusione dell’indagine notificata.

Ora cosa succederà?

Gli esperti di diritto sportivo sono univoci: difficile, per non dire impossibile, che la sanzione al Chievo possa riferirsi al campionato da poco concluso perché il Tribunale, oltre all’improcedibilità, non ha dato valore retroattivo alla pena (vedi il caso del Cesena sanzionato di 15 punti nel prossimo campionato). Quindi, per i veneti, niente retrocessione.

Quasi certo, invece, che il processo venga rifatto tra agosto e settembre (se consideriamo anche l’appello); probabilissimo che il Chievo sia condannato a campionato già iniziato e che la penalizzazione gli sia affibbiata in corso d’opera. Nessuna squadra terza sarà avvantaggiata, ma avremo una serie A forse con una retrocedenda già designata. Non meno scalpore ha provocato la vicenda Parma/Calaiò. 

In questo caso le responsabilità di una sentenza iniqua sono principalmente del Tribunale federale (presidente Cesare Mastrocola) e solo in parte della Procura che ha fornulato le richieste.

Tuttavia, se il Parma fosse responsabile di illecito sportivo (tentato o consumato non fa differenza), perché mai la Procura ha chiesto in subordine alla retrocessione, una penalizzazione di 6 punti per il prossimo campionato?

E perché mai, se si è reso colpevole di illecito sportivo, il Tribunale stabilisce che partirà con un meno 5 in serie A, senza perciò perdere la categoria?

In circostanze del genere, non si può sposare il compromesso.

Quindi, delle due l’una: o Calaiò e il Parma per responsabilità oggettiva sono colpevoli e dunque devono essere squalicato l’uno e retrocesso l’altro.
Oppure sono innocenti e allora non vanno sanzionati in alcun modo.


L’avvocato Mattia Grassani, molto opportunamente, si chiedeva su La Gazzetta dello Sport del 25 luglio perché mai il meno 5 sia stato applicato al torneo 2018-2019. E, a questo proposito, affermava che si tratta di una sentenza “innovativa. Ma non sempre cambiare rispetto al passato corrisponde ad un miglioramento. Se i punti da scontare sono 5, esiste l’articolo 18 del codice di giustizia sportiva che parla di afflittività e del campionato in cui la sanzione deve essere applicata, ovvero il 2017-2018”.

Insomma, se il Parma deve pagare, paghi subito (come vuole Zamparini, assai interessato alla vicenda). Ma se, al contrario, e come penso io, i messaggi di Calaiò sono da derubricare a “comportamento sleale”, il calciatore deve essere squalificato per sei mesi e la società punita con un’ammenda.