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Nervi saldi e freddezza premiano il Cile che affronta l’Argentina scegliendo di giocare a viso aperto, abilità contro abilità, con la sicurezza di chi vuole dimostrare il proprio valore a prescindere da quello che sarà il risultato. Alla fine Sampaoli viene premiato, anche se la gara per 120’ non si sblocca. Ma il rigore è un fatto tecnico e complessivamente vince la squadra che ha disputato il miglior torneo.

Per l’Argentina ennesima delusione, altra finale persa un anno dopo Brasile 2014, triste destino di una generazione plurititolata ovunque tranne che con la propria nazionale. Le due squadre che al momento esprimono il miglior calcio di tutto il Sudamerica si sfidano in una gara che per opposti motivi le vede interpretare il proprio calcio con il freno delle rispettive ambizioni: i cileni devono vincere davanti ai loro pubblico, gli argentini vogliono scrollarsi di dosso le ripetute delusioni in nazionale volgendo il bilancio generazionale a loro favore.
 
La tattica. Sampaoli trasforma il Cile per imbrigliare le individualità avversarie, ma senza rinunciare a un gioco propositivo. E’ 3-4-1-2 con Medel (centrale sinistro) su Messi (annullato: un solo tentativo tiro dopo un’ora, bloccato), Diaz difensore e Beausejour (difensore puro) schierato a sinistra a dare di fatto le sembianze del modulo ad un 5-3-2 in cui anche al mago Valdivia viene chiesto di ripiegare sulla linea dei mediani in fase di non possesso. L’Argentina si oppone con un 4-3-3 in cui ancora una volta l’impressione è che quando Messi è costretto a giocare con un centravanti puro davanti a lui la sua fantasia sia imbrigliata dagli spazi chiusi dai compagni più che dagli avversari. La novità Demichelis, poi, non può che essere letta in chiave propositiva: un palleggiatore in più per una squadra che sapeva di poter vincere solo convincendo. E che ha fallito in entrambe le situazioni (e che avrebbe fallito in tal senso anche se l’epilogo dei rigori fosse stato diverso).
 
Finalizzazioni. Schierarsi in maniera accorta contro un avversario tecnicamente superiore non significa rinunciare al gioco. Sampaoli e i suoi lo dimostrano con il piglio di chi - una volta chiusi i varchi - sa esattamente come pungere. Il computo finale dei tiri spiega questo aspetto: 18-8 per il Cile, a fronte di un 4-2 (misero) di tiri nello specchio. Un raffronto che dice di un piglio maggiore del Cile, di una superiore facilità a cercare il bersaglio e di una maggiore intraprendenza pur senza l’incisività che poteva cambiare già nei 120’ il corso del match. Degli 8 tiri argentini ben 5 sono da calcio piazzato. Solo 2 nello specchio, solo 2 su azione manovrata. 

Agonismo sopra la media. Esiste una soglia di “aggressività” in una gara media, che si può fissare a livello di 40 falli totali (sommando le due squadre, e 50 tackle complessivi (sempre dati dal computo di una squadra più l’altra). Ebbene sul piano agonistico è stata una finale all’altezza della tradizione della Copa America. Tackles 29-30, falli 28-21, 7 cartellini (4-3 per il Cile). Ma ciò che è interessante vedere è la progressiva fiducia acquistata dal Cile. Dividiamo per tre il match. I falli del Cile sono stati 10 nel primo tempo con ben 3 ammonizioni, 8 nel secondo, 10 ai supplementari. L’Argentina invece ha fatto 8-8-5. Più falli e più rischiosi in avvio, poi il calo, quindi il fallo tattico come arma di controllo. Sembra la sintesi di una tradizione calcistica basata sull’agonismo come quella cilena. Il dato sui falli in questo senso è ancor più importante in quanto sostanzialmente “casuale”, non ricercato nè calcolato, ma in grado di emergere come una situazione di fatto del match, espressione di equilibri, anche psicologici, in campo. 
 
Il verdetto. Verrebbe da dire vittoria “ai punti” del Cile già prima dei rigori. Il cucchiaio di Sanchez e gli errori degli argentini faranno il resto. Provocatoriamente, tuttavia, non si può non chiudere con un accenno alla condanna di chiamarsi Leo Messi. Colui che non può essere sostituito. Il Tata Martino dà 120’ al giocatore del Barcellona e avvicenda Higuain e Lavezzi con Tevez e Aguero. Non vincere con tanto ben di dio in squadra ogni volta appare più stupefacente. Il risultato è che le individualità sopraffine non fanno una squadra: concludere 2 sole volte in porta su azione è delitto di lesa maestà calcistica. Tanto bastava per dichiarare il Cile campione ad honorem. Poi i rigori hanno fatto il resto. VIdal e compagni possono festeggiare.

Giovanni Armanini
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