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    Conte è un maschio alfa, per questo vince

    Conte è un maschio alfa, per questo vince

    Nello sport come nella vita ci troviamo di fronte a persone, apparentemente senza qualità, che poi risultano essere dei vincenti. Naturalmente ci consoliamo pensando: io sono meglio di lui. E forse sarà anche vero. Ma quello che conta sono i risultati. Allora è necessario cercare una spiegazione più profonda.
    Prendiamo ad esempio due allenatori: il CT della nostra Nazionale Antonio Conte e l’allenatore della Fiorentina Vincenzo Montella.
    Il primo è un maschio alfa,  un vero leader che è sicuro di essere al vertice della piramide del comando. 
    La convinzione di essere un vero leader fa sì che si assuma tutte le responsabilità per quello che avviene e, per assurdo, anche per gli errori di ognuno dei suoi uomini. Conte è una specie di secondo padre per i suoi giocatori. Durante ogni partita dirige la sua squadra come Von Karajan la sua orchestra; il risultato è che i giocatori agiscono all’unisono come dei musicisti affiatati. Non solo, durante la partita Conte li incita con furia guerriera per ottenere il crescendo musicale, o li calma quando questo si rende necessario.
    Ma il massimo lo dà alla fine della partita. Se la squadra ha pareggiato o perso consola i giocatori lesinando l’affetto che loro pretendono, mentre se la squadra vince li premia uno per uno con effusioni, strette di mano ed  abbracci travolgenti che nutrono l’ego di ognuno, rendendoli felici e certi della loro invincibilità. Una grande squadra è come un essere vivente ed i giocatori sono i suoi organi. Quando questo organismo acquista la convinzione della propria forza, a volte diventa davvero imbattibile.
    Infine, la sconfinata autostima di Conte lo porta a preparare le partite in modo meticoloso, ossessivo, senza lasciare niente al caso, per convincere ancora una volta sè stesso ed ognuno dei suoi giocatori che il loro padre non li deluderà e che li proteggerà in ogni caso, se anche loro daranno l’anima pur di fare il loro dovere.
    Montella prima di tutto si ama, si veste in modo curato e riflette prima di scomporsi.
    Tecnicamente è un ottimo allenatore, ma è davvero carente nell’atteggiamento motivazionale. Montella durante la partita non perde mai la sua compostezza, non riuscendo ad essere di riferimento per i suoi giocatori. La sua squadra manda a memoria il lavoro fatto durante la preparazione della partita, ma non viene motivata durante la partita. E’ come se un direttore d’orchestra lavorasse per preparare un concerto, ma durante la performance si sedesse in platea. Il risultato è che la squadra non è investita dalla furia agonistica del trascinatore, quindi quando i giocatori sono in giornata, tutto bene, ma quando necessitano di essere caricati mentalmente si sentiranno abbandonati dall’inerzia del loro allenatore.
    Infine, al termine della partita, se la squadra vince, il premio offerto da Montella è troppo poco incisivo per inculcare nei giocatori la convinzione della loro forza. Il messaggio subliminale dettato dal comportamento di Montella non arriva. Allora se la gratificazione è scarsa, perché il giocatore dovrebbe dare l’anima per vincere la partita?  
    In conclusione, Conte oltre ad essere un perfezionista è un grande motivatore, un vero uomo squadra. Il fatto che alcune sue conferenze stampa facciano sorridere non ha importanza, quello che conta è che sia un vincente, ed in particolare che renda vincenti le squadre ed  giocatori che allena. 
    La squadra ereditata da Allegri quest’anno sta chiaramente continuando a vincere sulla scia della programmazione operata da Conte e, probabilmente, quando i giocatori vincono una partita cercano ancora dentro di loro il consenso del loro maestro.


     Tommaso Signorini, scrittore

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