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E’ bastato perdere una partita - la seconda in campionato dopo quella interna con la Juve - per stabilire che Antonio Conte ha un solo modo di schierare la squadra, un solo atteggiamento per stimolarla, un solo modo per vincere. L’accusa è grossolana e, dunque, approssimativa. Il fatto che ricorra ad ogni risultato negativo - l’eccezione e non la regola - spiega quanto sia ingiusta. La realtà è che quando si vince strategia e tattica non vengono messe in discussione perchè il risultato sana ogni errore o omissione. In caso contrario è l’allenatore a non essere abbastanza flessibile da provare a cambiare.

Tuttavia, contro la Lazio, Conte ha cambiato sia gli uomini che il sistema di gioco. La colpa, casomai, è di averlo fatto tardi (tredici minuti alla fine) visto che l’Inter si stava appiattendo su se stessa e non produceva più attacchi in continuità. Il fatto che l’Inter non abbia lo stesso furore di inizio stagione o, più semplicemente, di qualche settimana fa, non è dovuto al sistema di gioco o a come gli uomini sono dislocati sul campo, ma ad una condizione atletica appannata. Logico che lo sia dopo tanta intensità su tutti i fronti. Se qualcuno non se ne fosse accorto, Conte applica il gegenpressing di Klopp che, in buona sostanza, richiama anche l’atteggiamento aggressivo dell’Atalanta, pur schierata a sistema puro, cioé uno contro uno. Con il gegenpressing si tratta di scalare in avanti, in qualsiasi zona del campo ci si trovi, quando il pallone viene conquistato dagli avversari. La squadra si deve muovere all’unisono e i tempi del pressing devono essere coordinati oltre che serratissimi. Con questo movimento l’avversario finisce spesso per essere soffocato e per non avere sbocchi.
Il Liverpool lo fa sempre e benissimo. Eppure questo non gli ha impedito di perdere con il Napoli al San Paolo e di pareggiare in casa propria. O di subire - è accaduto l’anno scorso sempre in Champions League - tre gol dal Barcellona. Nonostante il Liverpool si avvicini molto a questa definizione, non esistono squadre perfette o imbattibili. Esistono quelle che vincono di più e perdono meno o quasi mai. Però quando accade la colpa non è della tattica o dei principi di gioco, ma spesso delle contingenze e anche del caso. 

Conte è un perfezionista e sa che la sua squadra non è brava a gestire i ritmi, magari abbassandoli, con il palleggio, anche se livello tecnico, già alto, è stato innalzato grazie al mercato di gennaio. E’ una squadra che va a tutta birra, che conquista la palla e riparte, che si distende occupando il campo. Se amministra un vantaggio, inconsapevolmente perde la sua identità, non è la Juve di Allegri e neanche quella di Sarri che al palleggio ambisce come arma offensiva, è decisamente una squadra intimamente e specchiatamente di Conte. Credo che avere un’identità di squadra sia un grande vantaggio perchè a ispirare la partita è il gioco, non solo lo stato di grazia dei giocatori. Anche perché Conte ha negli undici un campione (Lukaku) e un nugolo di potenziali grandi giocatori, ma non dispone - solo per parlare dell’attacco - né di Immobile, né di Ronaldo e nemmeno di Dybala, ovvero un contropiedista baciato dal dio del gol, un fuoriclasse che gioca da solo, un giovane campione decisivo sui calci da fermo. Questo non significa che l’Inter sia meno attrezzata di altri (la sua difesa è la seconda meno battuta dietro la Lazio), ma che non è “contiana”, dunque vincente, se non è collettiva. La primavera, ormai prossima, chiarirà chi ha più risorse. Ma le idee, per me, restano al primo posto. E Conte, al contrario di quel che si pensa, ne ha più di tutti gli altri.