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Il mappamondo gira e non si ferma. Per Stefano Cusin, ct del Sud Sudan, non esistono punti di riferimento: "Ragiono e seguo la mia testa, ma ogni tanto anche il cuore ha fatto la sua parte". Nato a Montreal nel ’68, il tecnico italiano ha iniziato il suo percorso in panchina nel nuovo millennio. "Ho lavorato in Italia per sette anni, tra Arezzo e Montevarchi, facendo tutta la trafila del settore giovanile. Dai pulcini alla Berretti". Poi, qualcosa è cambiato ed è diventato un tecnico da record: "Finora, ho allenato in 14 Paesi". Dal Camerun al Congo, dal Sud Africa all’Arabia Saudita. E poi Bulgaria, Cipro, Libia, Palestina, Iran, Inghilterra, Emirati Arabi Uniti: "Il mondo è bello, ho imparato a guardarlo da diverse prospettive".

Cusin, ormai è un globe-trotter del pallone. Dove si sarebbe visto vent’anni fa?
"Non in Sudan del Sud (ride, ndr), ma è una scelta che rifarei. Ho iniziato quattordici mesi fa, il presidente mi ha illustrato il progetto di una nazionale emergente in una videocall, poi sono andato a Giuba, la capitale, e ci siamo conosciuti di persona. La federazione ha solo undici anni di vita, c’è voglia di alzare l’asticella. Per farlo, mi hanno dato carta bianca". 


Com’è il bilancio del suo primo anno?
"Abbiamo fin qui vinto la metà delle gare ufficiali giocate. Per la Coppa d’Africa siamo partiti dai turni preliminari, essendo 160esimi nel ranking Fifa, abbiamo vinto le due partite e siamo finiti in un girone tosto con Mali, Gambia e Congo. Non mi hanno chiesto di centrare la qualificazione, ma di mettere basi solide e riuscirci per la prossima. A marzo avremo però due partite decisive e io ci credo, ci siamo già qualificati sia con l’Under 17 che con l’Under 20. Oltre ad essere ct della nazionale maggiore, sono direttore tecnico e coordinatore di tutte le squadre giovanili". 

Come si sta trovando? 
"È un bell’ambiente, si cresce a vista d’occhio e mi piace questa responsabilità. Con me c’è Gianluca Sorini, un preparatore atletico con cui lavoro da un decennio, e siamo fortunati. Il presidente vuole che gli allenatori stiano bene, per non sentire troppo la lontananza dalla famiglia. Io vivo in albergo, ci sono ottime strutture, e torno in Italia per un paio di settimane ogni due mesi". 

Com’è fare calcio in Sudan del Sud?
"C’è un solo campo, nella capitale. Ci giocano la Serie A, la B, la C, le squadre femminili e ospita gli allenamenti della nazionale. Viene utilizzato dalle 5 e mezza del mattino fino a quando non fa buio, perché non c’è illuminazione. A breve sarà però pronto il primo stadio del Paese. Oggi giochiamo le partite casalinghe in Uganda e avere una casa tutta nostra sarà un bel vantaggio anche per il lavoro quotidiano". 

L’Africa è diventata casa sua.
"È un continente dalle mille risorse, in cui è partito il mio viaggio da giramondo, nel 2003. Venne fuori l’opportunità di andare in Camerun, uno stage di un mese per seguire il lavoro della nazionale africana da vicino. L’Under 17 stava cercando un tecnico e mi chiesero di lavorare con loro. Una bella esperienza, da cui nacque l’avventura in Congo di qualche tempo dopo. Nel 2007 mi offrirono il ruolo di direttore tecnico di tutte le nazionali. Vincemmo la Coppa d’Africa Under 20". 



Il suo primo titolo. Che ricordo conserva?
"Avevano dato al Paese l’organizzazione del torneo nel 2007, il governo fece costruire un centro sportivo nuovo di zecca per l’occasione. Selezionammo giocatori su tutto il territorio, lavorando molto bene su 25 elementi. La grande difficoltà fu non avere campionati giovanili, la nazionale poggia sui congolesi che giocano nei campionati francesi".

Nel 2009 arriva la sua prima grande esperienza, in Libia.
"All’Al Ittihad di Tripoli, un club storico. Venivo da qualche mese così così al Botev Plovdiv, in Bulgaria, ma trovai un ambiente caldo e con tanta voglia di crescere. Il presidente era Muhammad Gheddafi (figlio di Muammar, ndr) e in quel contesto capii davvero cosa significava lavorare per ottenere risultati, spesso sotto pressione. Anche con l’ultima in classifica, giocavamo di fronte a quarantamila tifosi". 

Ci regali una cartolina di quell’esperienza.
"Il derby di Tripoli, contro l’Al Ahly. È una sfida sentita come Milan-Inter e Roma-Lazio, forse anche di più. Quando si avvicina, bisogna tener chiusa la squadra in albergo per tre giorni. Il primo lo vincemmo in rimonta e accorciammo su di loro, primi in classifica, conquistando il campionato a fine stagione. Che festa. Usciti dallo stadio, impiegammo tre ore e mezza per fare tre chilometri. L’autista fu costretto ad andare a passo d’uomo, si bruciò pure il motore del pullman (ride, ndr)". 

Piccolo passo indietro. Nel 2008 incontrò Walter Zenga…
"Ad Assisi, a luglio. Allenavo il Botev Plovdiv, lui il Catania. Cercava una squadra per un’amichevole e mi contattò. A fine gara iniziammo a chiacchierare. Passò un’ora, a un certo punto ci girammo e attorno a noi non c’era più nessuno. ‘Ma da quanto tempo vi conoscete?’, chiese uno dei suoi assistenti.‘Da oggi’, gli risposi. E giù a ridere. Prima di andar via, io e Walter ci scambiammo il numero di telefono". 
Fu una svolta per la sua carriera. 
"Nel 2010 mi chiamò. Stava per iniziare una nuova avventura all’Al Nassr di Riad, in Arabia Saudita, e cercava un secondo. Gli dissi che a fare il suo vice sarei andato anche a piedi. Cominciai a osservare, a mettere da parte le mie idee per calarmi nel ruolo e all’inizio non fu semplice. Andò tutto alla grande perché riuscimmo a integrarci bene, tanto che poi di esperienze insieme ne arrivarono altre".

Per esempio, all’Al Nasr di Dubai.
"Il club non vinceva niente da anni. Con sei mesi di lavoro chiudemmo terzi, centrando la qualificazione in Champions League. L’anno dopo arrivarono giocatori di un certo livello, come Toni e Bresciano, e la squadra divenne molto più competitiva. Lo sceicco domandò allora cosa fare per uno step ulteriore, noi chiedemmo di rifare le strutture e durante il ritiro estivo rasero tutto al suolo, dagli uffici alle palestre, per mettere in piedi un nuovo centro in tempi record. Creammo una mentalità". 


Poi un paio di esperienze da solo, all’Al-Fujairah, negli Emirati Arabi, e soprattutto in Palestina. 
"All’Ahli Al Khalil di Hebron, mesi che porto nel cuore. L’offerta arrivò nel gennaio 2015, mi sembrò intrigante. Non conoscevo la situazione politica, così venne inserita nel contratto una clausola, con cui mi sarei potuto liberare in anticipo a causa di problemi extrasportivi. I preconcetti vennero subito meno grazie a una squadra meravigliosa e a un presidente visionario. Quello palestinese è un popolo fantastico, in trasferta i tifosi avversari cantavano cori per ringraziarmi. Erano riconoscenti perché stavo aiutando il loro calcio. Pensi, su Facebook, tutti i giocatori del campionato iniziarono a chiedermi l’amicizia. Quando si incontra uno straniero, c’è inoltre massima ospitalità. Vogliono che tu stia bene e alla prima occasione ti invitano in casa a prendere un the". 

Mesi positivi anche dal punto di vista sportivo.
"Abbiamo vinto quasi tutti i titoli a disposizione, qualificandoci alla Champions asiatica dopo essere partiti dalle ultime posizioni. Al termine del mandato ho anche avuto la possibilità di allenare la nazionale palestinese. I giocatori chiedevano di lavorare con me perché avevano apprezzato le novità, ma quella chance arrivò in un momento complicato. Stavo facendo il corso Uefa Pro ed era necessaria la presenza, cosa resa complicata dal passaggio a Tel Aviv per qualsiasi spostamento. Tra visti, scartoffie e le solite mille domande, non era semplice spostarsi. Ho dovuto fare una scelta, ma in futuro allenerò la Palestina. L’ho promesso". 

Quindi, riecco Zenga. Stavolta in Inghilterra. 
"Al Wolverhampton, nel 2016. Il posto giusto al momento sbagliato. La nuova proprietà era arrivata da poco e la preparazione atletica era stata impostata da un altro tecnico. Per dire, siamo subentrati il lunedì e il campionato è cominciato il sabato. Nonostante ciò, partimmo bene. Poi i risultati vennero meno". 

In seguito, una nuova esperienza in Sudafrica, con i Black Leopards di Polokwane. Ce la racconta?
"Il periodo peggiore della mia carriera, un incubo. È un Paese che ha tutto per far calcio, dalle strutture all’avanguardia alla mentalità imprenditoriale, ma ci sono situazioni particolari, diciamo così. Mi chiamò un agente e dopo una prima chiacchierata con il presidente andai a Johannesburg per incontrarlo di persona. Il primo impatto fu pure positivo. Mi venne offerto un triennale a ottime cifre, ma quando chiesi di vedere le strutture, il nulla.‘Non preoccuparti, è tutto ok’. Sbagliai a non insistere. Il centro sportivo era inesistente e soprattutto a Polokwane si respirano ancora i dolori dell’apartheid. Il vero disastro fu sapere che la squadra aveva un santone. Un mago, considerato più importante dell’allenatore. Lo racconto in un episodio. Ci avvicinavamo alla domenica e a una partita importante. Il venerdì andai al campo con largo anticipo, per preparare l’allenamento. All’orario stabilito, non arrivò nessuno. Chiamai tutti, non risposero. Dopo tre ore e mezza mi fece uno squillo il team manager: ‘Grande coach, come stai? Siamo in una riviera a nord del Paese, il mago ha detto che per vincere dobbiamo fare il bagno qui’ ". 

Insomma, spazio alle priorità…
"Per non parlare del presidente. ‘Ma perché quello non gioca?’, chiedeva ogni tanto. Gli spiegavo il motivo delle mie scelte, lui rispondeva di aver parlato con il mago. Gli aveva assicurato che quel calciatore avrebbe segnato se schierato. A un certo punto sbottai: ‘Strano che con tutti questi santoni il Sudafrica non abbia mai vinto i Mondiali’. Era impossibile andare avanti in una situazione così, lasciai tre mesi dopo". 



Prima del Sud Sudan, ha anche allenato in Iran. 
"Allo Shahr Khodrou Khorasan di Mashhad, un’esperienza che porto nel cuore. Quello iraniano è un popolo straordinario, dal gran cuore. Ho preso la squadra nel gennaio 2020 e abbiamo subito centrato la qualificazione alla Champions asiatica, vincendo i preliminari. A Mashad, nel nord del Paese, c’è una moschea gigantesca e in città vive la guida spirituale. Ci invitò per farci i complimenti e più che di calcio parlò di religione: ‘Bravi, avete battuto gli infedeli’. Ridemmo un po’ tutti". 

Paesi diversi, tante avventure, nuove culture. Dopo il Sud Sudan, dove si vede Stefano Cusin?
"Qui c’è un bel progetto e voglio portarlo avanti. Per il futuro, chissà. Potrei tornare anche in Italia con la sfida giusta. Mi stuzzica il Giappone, ma il mondo è immenso e le storie più belle sono inaspettate".