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Concedeteci la battuta: i norvegesi in Serie A sono tornati in Hauge. Il talento del Milan ha segnato domenica sera il suo primo gol nel nostro campionato, andando a rinverdire una tradizione che affonda le sue radici nel dopoguerra, quando in Serie A arrivò un'intera generazione di ragazzi dal Nord Europa, soprattutto da Svezia e Danimarca e anche - in numero minore - dalla Norvegia. Erano ventenni che la guerra aveva in parte risparmiato, a differenza di tanti loro coetanei che avevano avuto un’adolescenza troncata dal dolore. L’Italia fu il loro naturale approdo. Dopo la chiusura agli stranieri nel 1927, nel 1946 le frontiere della Serie A erano state riaperte: ogni club poteva tesserare 5 stranieri e mandarne in campo 3 contemporaneamente.

Nella Lazio degli anni 50 troviamo due norvegesi, Ragnad Larsen (arrivato nell'estate del 1951 dal Sandaker - primo norvegese in assoluto in Serie A - giocò con Lazio e Genoa) e Per Bredesen, preso l’anno successivo dall’ØM Horten. Questi - dopo i tre anni con la Lazio - giocherà anche con Udinese, Milan, Bari e Messina. Larsen era un talentuoso attaccante, Bredesen giocava mezzala d'attacco ed è tutt'oggi uno dei calciatori norvegesi più celebri. I tifosi della Lazio lo chiamavano «Varechina», per via dei capelli biondi, quasi albini. Bredesen è stato anche l'unico norvegese ad aver vinto uno scudetto in Italia (con il Milan). Sono quegli gli anni in cui a Padova arriva Knut Andersen, preso dal Skeid Oslo: nel biennio 1951-1953, totalizzò 43 presenze e 6 gol tra A e B.
A proposito di Milan: tra Bredesen e Hauge c’è spazio anche per il difensore Steiner Nielsen, che il Diavolo prese nel 1997. A Nilsen capitò anche di segnare in un derby di Coppa Italia, 5-0 contro l’Inter, gol del norvegese su punizione. Dopo l'esperienza in rossonero, Nilsen - detto «Baywatch» per il fisico scultoreo e il ciuffo biondo da bagnino - giocò anche col Napoli. Ma il norvegese più celebre nelle nostre lande è stato senza dubbio Tore Andre Flo, lo spilungone che da noi giocò un biennio felice (2003-05) con la maglia del Siena e che vanta una solida carriera, avendo giocato in Premier con Chelsea, Sunderland e Leeds. La fama di Flo risale a qualche anno prima il suo arrivo in Italia. E’ il 30 maggio del 1997 quando all’«Ulleval Stadion» di Oslo 21.799 spettatori assistono ad un evento epocale: Norvegia batte Brasile 4-2, Flo è il mattatore, segna il 2-0 e il 3-1. Il Brasile ha una squadra vera in campo, non le controfigure: Romario e Ronaldo davanti, Leonardo e Dunga in mezzo, Cafu e Roberto Carlos sulle fasce, Taffarel in porta. Quella sera Flo diventa Flonaldo. Flo concede il bis anche tredici mesi dopo, ai Mondiali di Francia. 23 giugno 1998, a Lione Norvegia batte Brasile 2-1. Flo pareggia il gol di Bebeto e poi a due minuti dalla fine si procura - con grande furbizia - un calcio di rigore che Rekdal realizza. Insomma, le uniche due volte nella storia in cui la Norvegia ha battuto il Brasile, Tore Andre Flo non solo era in campo ma è stato il protagonista assoluto delle due vittorie storiche.

Sempre dai fiordi sono arrivati buoni giocatori in disarmo come il gigante John Carew, che passò senza lasciare traccia nella Roma 2003-04; o mastini che si sono fatti amare per lo spirito da combattenti, come il terzino sinistro John Arne Riise, che sempre in giallorosso visse buone stagioni tra il 2008 e il 2011. Altri sono i norvegesi hanno avuto esperienze dimenticabili. Come per esempio Runar Berg, che nel Venezia di Zamparini (1999-2000) passò molto tempo ad ammirare le bellezze della città - architettoniche e non - anzichè concentrarsi sugli allenamenti. O come Rafik Zekhnini, oggi ventiduenne, che avrà modo sicuramente di trovare il suo percorso ma che alla Fiorentina 2017/18 debuttò (contro l’Inter) ma si dimostrò ancora acerbo. Qualcosa in più ha fatto Haitam Aleesami nei suoi tre anni (dal 2016 al 2019, uno in A e due in B) al Palermo, giocati raccogliendo una media di 30 presenze a campionato.