Antonio Conte è certamente un grande allenatore, ma non è ancora - e forse mai sarà - un bravo manager. Tantomeno un manager all’inglese come avrebbe voluto diventare andando al Chelsea. Nei suoi primi e, per ora, soli due anni lontano dall’Italia, Conte ha conquistato una Premier (subito) e la Coppa d’Inghilterra (l’anno successivo), ma ha avuto problemi di rapporto e di gestione con squadra e società, tanto che l’addio fu determinato da uno strappo, con una causa intentata dal club ad Antonio. L’obiettivo era quello di non pagargli la clausola anti-esonero. 

L’allenatore non l’aveva combinata grossa, ma una l’aveva combinata. Aveva liquidato Diego Costa, l’attaccante spagnolo con il quale non aveva un particolare feeling, attraverso un sms che venne reso pubblico. In quel modo - hanno pensato i dirigenti del Chelsea - aveva danneggiato il club per aver implicitamente svalutato una parte del suo patrimonio. 
In tribunale Conte ha vinto la causa, ha ricevuto per intero l’importo della clausola e si è accasato all’Inter. Dove, però, il problema si è riproposto con Mauro Icardi. E’ probabile, per non dire certo, che la società, cioè Zhang, Marotta e Ausilio avessero già deciso di disfarsi dell’ex capitano, ma un conto è deciderlo, un altro è farlo sapere in giro o, come ha fatto Conte, lasciar trapelare che di  Icardi non vuole neppure vedere l’ombra già dal ritiro.

L’intransigenza dell’allenatore è molto apprezzata dai media perché contribuisce a farne un soggetto dal carattere integro e irriducibile. In molti casi, però, si trascura che un atteggiamento del genere può causare qualche danno o, nei casi migliori, un notevole imbarazzo. La situazione di Icardi, infatti, è speculare a quella di Diego Costa. Seppure per motivi diversi i due giocatori non sono graditi al tecnico e perciò vanno ceduti. Chi ha interesse a comprare lo sa e, dunque, punta a offerte basse o bassissime, fino ad ottenere il giocatore a prezzo di svendita, cioé esattamente quel che non vorrebbe la società che ne detiene il cartellino.

Nel caso di Icardi la situazione era già deteriorata in partenza. Ad aver abbattuto il valore del giocatore era stata la decisione di togliergli la fascia, la lunga assenza tra i titolari per un infortunio assai presunto, gli atteggiamenti poco concilianti con il resto dello spogliatoio. Anche ad uno sprovveduto era chiaro che il divorzio tra Icardi e Inter sarebbe stato inevitabile. Non serviva, dunque, che Conte ribadisse il concetto, facendo capire che il giocatore non rientrava nemmeno nei suoi piani tecnici.

Anzi, dal punto di vista meramente strategico, l’allenatore avrebbe dovuto sostenere che Icardi non era sgradito e, nel caso in cui il club non lo avesse collocato altrove, lo avrebbe tenuto nella giusta considerazione. Ben lungi dall’essere una furbata, la mossa sarebbe servita da “avvertimento” alle società interessate all’acquisto. Che, poi, a quel che si sa, è essenzialmente una, cioé la Juve. 

Non so dire se Sarri e, soprattutto Ronaldo, gradirebbero avere in squadra Icardi. Di certo so che se la Juve vuole un giocatore lo prende anche contro il parere dei suoi tesserati. Oggi è impegnata sul fronte de Ligt, nelle prossime settimane verificherà la fattibilità dell’affare-Chiesa, solo negli  ultimi giorni di mercato planerà, eventualmente, su Icardi facendo all’Inter un’offerta molto bassa. Meno della metà di quella che è oggi la sua valutazione (50 milioni). Se l’Inter non trova uno sbocco prima, non potrà che essere in scacco: o si tiene Icardi pagandolo quattro milioni l’anno per farlo andare in tribuna o accetta la cessione a prezzo di saldo. Anche per colpa, certamente involontaria, di Antonio Conte.