Alla vigilia dei suoi ottant’anni Giovanni Trapattoni non smette di stupire e anche di commuovere. Lo fa scegliendo una strada che, per tutti quelli della sua generazione e anche della mia, si presenta come ardua da percorrere e probabilmente anche da comprendere. Sbarca, come un astronauta su Marte, nel mondo di Internet e per far sentire che è arrivato trasforma il suo leggendario “fischio” in un modulato cinguettio. Il suono che soltanto i neonati non sanno che cosa sia. Eccolo, dunque, sulla Rete nei panni di “nonno twitter”. 

Naturalmente per portare avanti questa esperienza per lui assolutamente originale, “l’incredibile Giuan” aveva necessità di un “secondo” fidato ed esperto in materia. Lo ha trovato in Riccardo, il giovane nipote figlio di sua figlia, il quale come il saggio Romolo Bizzotto vice del Trap nella Juventus gli ha insegnato i fondamentali e la tecnica del “giochino”. Ora il nonno viaggia da solo e con grande entusiasmo divertendosi un mondo e regalando a chi lo segue emozioni davvero speciali. 

Leggere Trapattoni, ve lo assicuro, provoca sensazioni meravigliose in coloro i quali hanno amato un certo tipo di calcio e, malgrado tutto, continuano ad appassionarsi alle vicende del pallone e alle storie dei suoi personaggi. Chi poi ha avuto il modo di conoscere e di frequentare quello che reputo l’allenatore “unico”, per competenza e per umanità, nella favola del gioco potrà rivivere insieme con lui emozioni e suggestioni che riposavano in un angolo della memoria ma che non erano mai state cancellate. 

Io, con qualche altro collega, ho avuto questa grande fortuna. Poterlo conoscere, frequentarlo, approfondirlo, amarlo come un fratello maggiore. Per tutto il periodo della sua scalata al successo nella Juventus. Ma anche dopo. Alla Fiorentina, a Cagliari e poi a Monaco e a Lisbona. Oppure nei giorni della sua nazionale italiana oscurati dalla figura di quel venduto di Moreno. Per ciascun step un ricordo speciale come lui. Le interviste sotto la doccia nel suo stanzino del Comunale a Torino. Le camminate al Valentino e le soste davanti alla chiesa della Gran Madre dove Giovanni entrava per recitare una preghiera da inviare a Romilde, la sua sorella suora. I gavettoni a Villar Perosa con lui che inseguiva il colpevole Marocchino.Le cene in un ristorantino del Poetto a Cagliari con lui che teneva banco e Sergio Brio che lo stava ad ascoltare come fanno i ragazzini con il buon maestro. Sotto la neve della Baviera con Giovanni che si prendeva in giro tipo “I vecchi merluzzi come me devono vivere al freddo”. In un ospedale di Lisbona, fuori dalla camera e insieme con la sua Paola conosciuta e sposata al tempo delle Olimpiadi a Roma, in attesa che i medici svelassero che cosa era preso al su cuore di leone. A Sidney, in Australia, seduto con lui in panchina e con Alessandro il figlio di Boniperti perché ero l’unico inviato dall’Italia e facevo parte della “famiglia”. Anche scontri e liti e musi lunghi che duravano il tempo di un battito di ciglia per terminare con un abbraccio e un brindisi.

Storie di uomini tra uomini, ve lo garantisco. Le stesse che Giovanni Trapattoni confida quotidianamente sulla sua nuova lavagna telematica con dolcezza e con tenerezza ma, soprattutto, con la sua innata e mai tradita sincerità. E’ un poco come se fosse tornato in panchina per allenare e per addestrare non più gambe e polmoni ma cuori e cervelli. Seguirlo nel suo viaggio che spazia dal passato del suo maestro Rocco al presente di Cristiano Ronaldo fino a proiettarsi in un possibile futuro è il minimo che si possa fare. Leggere il Trap, almeno una volta al giorno come fa il sacerdote con il breviario, vuol dire conoscere e imparare che cosa significa saper essere uomini anche dopo aver raggiunto la vetta del monte dove vivono i giganti.