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Allenare per Luigi Delneri è più di una professione. E’ passione, è vita. "Il mio lavoro è questo, pesa stare fermi, ma il calcio è così". Il tecnico friulano non si siede su una panchina da quel 20 gennaio del 2013, quando a Marassi il suo Genoa perse contro il Catania. Allora Preziosi, che lo aveva chiamato solo in ottobre, lo sollevò dall’incarico assieme al suo staff. Dopo un anno e mezzo, Delneri ha voglia di tornare in panchina e in questi giorni si fa il suo nome in chiave Udinese: "Non so se ci andrò – dice il friulano a Calciomercato.com – ma la cosa che sarà certa è che non starò fermo. Mi guarderò intorno e se non sarà Udinese valuterò anche proposte dall’estero. Non mi piace prendere le squadre in corso d’opera, ma se ci fosse una proposta allettante, non me la farei scappare anche se a campionato in corso. Con l’Udinese i contatti sono ottimi, io sono friulano, con i Pozzo sono amico da anni, conosco la proprietà e mi farebbe piacere allenare la squadra della mia regione". 

Delneri, dica la verità, è stato contattato?
"Sì, sono stato contattato, ma senza convinzione. Le cose si fanno in due, abbiamo parlato, ma l’Udinese sta valutando e io aspetto. Ho rispetto per la proprietà, per i Pozzo, facciano con calma le valutazioni, io farò le mie. Non c’entra nulla la questione economica, diciamolo subito, l’Udinese è una squadra a cui non si può dire di no". 

Percentuali che diventi lei l’allenatore della prossima stagione?
"Zero. Loro guardano tutto e anche all’estero, come me. Comunque vada io rimango in ottimi rapporti con i vertici bianconeri". 

Se le dico Juventus?
"Mi viene in mente sicuramente una esperienza fantastica. Che non posso considerare fallimentare assolutamente. Malgrado il settimo posto raggiunto, io non penso che la mia stagione in bianconero sia da buttare. Avevamo poche certezze, non c’era tutto questo entusiasmo, vincere aiuta a vincere, ovvio, ma la mia Juve fino a gennaio aveva fatto vedere cose ottime". 

Poi? 
"Poi nulla. Siamo andati a picco ma per una serie di fattori. Vedete l’Atletico Madrid, è pronto a giocarsi la Champions ma non era certo favorita. Ci sono delle stagioni dove progetti ma non ti riesce nulla, altre invece dove sei pronto a vincere. L’ambiente e i giocatori sono importanti, come gli altri fattori che, tutti insieme producono risultati. A noi andò male tutto, anche dopo le grandi cose fatte nel girone di andata ci siamo sciolti, ma non considero la mia stagione un fallimento". 
Cosa vuol dire?
"Purtroppo è andata male, ma sono stato io, ad esempio, a portare Barzagli a Torino, lo avevo allenato al Chievo e nessuno ci aveva scommesso un euro, vedete ora dove sta". 

E se le dico Roma?
"Nemmeno qua mi sento di dire di aver fallito. La squadra era in confusione, prima Prandelli, poi Voeller. Io ho lasciato una squadra al sesto posto, non sono stato esonerato, ma sono stato io a lasciare. Avevamo Cerci giovane, De Rossi, Totti era il capitano, con loro avevo e ho un ottimo rapporto, ma anche lì non sono stato aiutato. Mexes mi è mancato per quattro mesi, e allora di che parliamo? Certo, poi i risultati non sono venuti anche per colpa mia, ma potevamo raccontare questa storia in un altro modo. Quella di Roma è una parentesi felice lo stesso, che mi ha insegnato tante cose, che porto nel cuore". 

Il suo nome è stato accostato anche al Parma, cosa ci dice?
"Sono solo accostamenti, Donadoni a meno di clamorosi ribaltoni non lascerà i ducali".