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Adesso dice: “Odio il tiki-taka”, finendo per odiare un po’ se stesso. Succede quando qualcosa finisce: odiare è anche il modo di confessare un’ossessione, è anche un modo per ricordare, e per difendersi dal ricordo. Pep Guardiola – ovviamente – non può odiare né il tiki-taka né se stesso, ma la vanità fa sentenziare in questo modo, e le biografie non avrebbero senso se non possono aggiungere qualcosa: Herr Pep si chiama questo libro, e uscirà fra un paio di mesi: un giornalista ha convissuto con il tecnico del Bayern 200 giorni, poi ha steso “tutto quello” che ha visto e sentito, come richiesto proprio da Pep. E anche questa è una genuinità pelosa.

È interessante però questa fuga dal mito, e ricorda un po’ il reiterato stress di Sacchi: anzitutto stressato dal non poter ripetere certi trionfi. Bisogna indagare la primavera scorsa, per capire questo odio (ma non per crederci). Guardiola, per catarsi o per alterigia, ha osato al Bayern di Monaco tentare ciò che è proibito dalla natura: riportare la cenere al fuoco. Furono proprio i tedeschi a scrivere l’epitaffio dell'ultima rivoluzione su un campo di calcio, quando rifilarono sette gol nelle due sfide di semifinale di Champions League 2012-13. Fu (allora) un risultato atteso ma enorme per proporzioni e per significato: chiuse l’epoca del tiki-taka, quella curiosa espressione onomatopeica che «riproduceva» l'incedere dei passaggi, spesso brevi ma infiniti con i quali gli spagnoli padroneggiavano il campo, privando gli avversari della palla e dunque del miglior argomento su un terreno di gioco. Per 316 partite consecutive (fino ad un match del novembre scorso contro il Rayo Vallecano) il Barcellona tenne così il pallone per più tempo rispetto agli avversari. Poi un giorno, Xavi e Iniesta (in sostanza, Tiki e Taka...) chiesero a Tata Martino di cambiar gioco, annoiati da loro stessi. Dopo sette anni di vittorie (tutto quello che offre questo sport, per club e per nazionali) e dopo aver raggiunto la perfezione nell'intento che aveva mosso Guardiola a questa sfida, i due maggiori interpreti tecnicamente e fisicamente di quel sistema di governo «rasoterra» del mondo - che sembrava ideale per esaltare le loro qualità e nascondere il loro ipotetico difetto: l'insufficienza di centimetri - ecco, proprio loro due avvertirono il bisogno di emancipare la squadra dal rischio di scimmiottare se stessa. Questi avvisi sono stati superbamente ignorati da Guardiola. Per due motivi: sua è la paternità di questo sublime gioco collettivo e facile ne sembrava il trasferimento al Bayern, che già Heynckes aveva impostato secondo logiche moderne, ma spostando il pericolo sugli esterni (Robben e Ribery): se il Barcellona conquistava il campo un passettino alla volta, un passaggio alla volta, il Bayern giungeva allo stesso limpido dominio con maggior prepotenza e concretezza: gli spazi venivano assecondati anche di prima intenzione, cosa assolutamente vietata in Catalogna. Riusciva - il Pep tedesco - a vincere e stravincere (il titolo con due mesi di anticipo!) fino a credere di aver allevato una creatura simile e più potente della precedente: invece l'aveva solo snaturata, piegata dal verso sbagliato. Perché è contro i forti che si misurano le idee: i forti che hanno allontanato il Barcellona dai trofei (il Bayern di Heynckes, e poi quest'anno il Real Madrid, e l'Atletico). I forti che hanno atteso il Bayern «catalanizzato» fino all'impotenza, e furono ancora quattro reti, a zero, insindacabili. “La mia peggior sconfitta”, detta ancora Herr Pep

L'acqua che scorre verso il mare non può tornare alla montagna. Le cose passano, anche quelle bellissime: le migliori restano nella memoria della gente, e lasciano traccia anche nel vastissimo sport che è il calcio. È tutto ed è tanto. Così si fanno posto anche lo sconfitte (per fortuna, che pena e che retorica se la storia la scrivessero solo i vincitori). 
Recentemente Fabio Capello ha scandito la storia del calcio su tre momenti (tre soli) di novità, più o meno distanti vent’anni l’uno dall’altro e intestati a tre squadre: l'Ajax di Rinus Michels, il Milan di Arrigo Sacchi, il Barcellona di Guardiola (poi surrogata dalla lussuosa succursale della Spagna di Del Bosque). Tre modi diversi di stare in campo, non tutti originali ma certamente portati all'eccesso così da diventare estetici. 

I campioni devono esserci, altrimenti la storia passa accanto, e non si ferma. In questi tre esempi, i fuoriclasse sono stati accresciuti dall’essere parte di quel gioco, e hanno ovviamente aiutato a vincere le loro squadre e i loro allenatori, per fissare così nell'immaginario collettivo queste comitive di atleti. Il fatto che Sacchi abbia sempre negato (in buona fede, lui è convinto delle sue ossessioni) questa “presenza” dei fuoriclasse, fino allo sconcerto di frasi come “Evani ha vinto più di Maradona”, è stato solo il modo più sicuro e rapido di alimentare il suo stress, perché ha finito per addossarsi troppe responsabilità (per volere troppi meriti). Ma quella negazione non era affatto il miglior modo per accentare la qualità e la portata della sua idea, dei suoi metodi, della sua rivoluzione, se mai fu vera. Le parole che provano (anche in modo patetico, o falso, come l’odio di Pep) a circondare di radicalità un ricordo, un’esperienza, finiscono solo per infastidire l’immaginario. Per questo è più struggente il volto di Marinus Jacobus Hendricus Michels, per tutti Rinus. Ha inventato, Michels, senza sentire il bisogno di scadere nel senso di possesso della sua creatura. Una forma di delirio (non la peggiore) che porta gli uomini a distruggere (a parole, a parole) anche i loro successi, perché vittime di un equivoco che li porta a sopravvalutare la propria parte, in quello sport assai condiviso che è il calcio.
Rinus, allora. I dirigenti dell’Ajax lo chiamarono nel ’65, con la squadra in fondo alla classifica. Aveva segnato molte reti, aveva lasciato un buon ricordo da spendere – in quel brutto momento – davanti ai tifosi. Lo trovarono a scuola che insegnava educazione fisica ai bambini sordomuti. Poi ci fu quella partita, il 17 dicembre 1966: sull’estuario dell’Amstel c’era una nebbia che saliva dai canali e sembrava compromettere l’andata degli ottavi di finale di Coppa dei Campioni, Ajax-Liverpool. Gli inglesi favoriti, gli olandesi attesi con curiosità, guidati da questo tipo strano, detto il «generale» perché ha lo sguardo freddo, gli occhi vitrei più che azzurri, la mascella ferma, i capelli composti come un militare. Una maschera: eppure, dentro, Rinus Michels ha l’animo dolce e ridanciano. La nebbia si rarefece, gli inglesi del superbo Bill Shankly ne furono lieti, per non dover sostare a lungo nella capitale umida di quella terra sotto il livello del mare. Tre minuti, e segna tale De Wolf, che non doveva giocare, ma il titolare non si presentò. Due, tre, quattro. Sì, segnò anche il 19enne Cruijff. Poi cinque: 5-1. Ebbe un titolo, quella partita: «De mistwestrijd», vista dai vincitori, o «The fog game», vista dagli sconfitti. La partita della nebbia, che rivelò all'Europa un nuovo modo di fare calcio, per i feticisti era un 4-2-4 con le ali capaci di rinvenire indietro e al centro. Per gli esteti era il calcio totale: di gioco, di tempi e di spazi, il pressing, il fuorigioco. Arrivarono campioni attorno a Cruijff. L'Ajax divenne la Nazionale, Michels compreso, e fu la più forte di tutte, negli anni settanta. Due finali mondiali contro due avversarie sbagliate: le padrone di casa, Germania e Argentina. Meritava un titolo, quella squadra più eterna delle vittorie: fu ricordata, emulata. Lo meritava per evitarsi la derisione: forte, sì, ma non vinse mai niente. Chi lo dice, manca di visione e vive di piccolezze (e poi Michels tornò in panchina, e vinse l’Europeo con gli olandesi che fecero immenso anche il Milan di Sacchi). In ogni lapide c’è sempre anche una data di nascita: il Milan e il Barcellona furono – poi – declinazioni diverse di quella visione, edizioni concettualmente simili, praticamente assai diverse. Niente da odiare, niente di cui stressarsi. Forme di calcio “maggiori”, passate, forse, ma non sconfitte, se non dalla vanità degli epigoni del magnifico Rinus.

Marco Bucciantini (giornalista L'Unità)