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Prendi i soldi e schiatta. Bravi calciatori, pessimi imprenditori: bambini che si ritrovano una fortuna accumulata troppo presto e la sperperano in tempi ancora più rapidi, come a un monòpoli che non perdona e spesso non permette di ripassare dal via. Tre giocatori su cinque della Premier League, la serie A inglese, finiscono sul lastrico entro cinque anni dal ritiro.

È la sconvolgente conclusione di uno studio della XPro, associazione che tutela gli ex calciatori professionisti nel Regno Unito. Guadagnano mediamente 35 mila euro alla settimana ma più della metà si ritrova senza un soldo: investimenti ingannevoli, falsi amici, strade balorde e devastanti come droga e alcol, o semplicemente un accumulo di debiti insormontabili con il fisco.

I casi più rumorosi e strazianti provengono proprio dall'Inghilterra: da George Best, il Pallone d'oro morto a 59 anni dopo una vita di prodezze ed eccessi, a Paul Gascoigne, l'ex laziale precipitato nel girone di vizi e follia e costretto a chiedere aiuto al sindacato calciatori dopo aver sperperato oltre 26 milioni guadagnati coi suoi straordinari ricami in campo.

Se la gloria può diventare la nemica più subdola, anche l'insuccesso sa essere spietato: sempre in Inghilterra un esercito di giocatori da toccata e fuga nella massima serie - li hanno inventariati, sono 126 - sono finiti in carcere per reati legati all'indigenza. Quasi tutti (124) sono sotto i 25 anni: non hanno sfondato nel calcio e non disponendo di altre risorse hanno cercato di rifarsi con carriere alternative, legate soprattutto al traffico di stupefacenti dal Sudamerica alla Gran Bretagna.

Come l'ex Newcastle Jason Singh, arruolato prima nella polizia e poi diventato capo gang, o come l'ex Everton Liam Maguire, che ha smesso di giocare per un grave infortunio e si è dato all'import massiccio di cannabis.

Il problema non toccherà Messi, che arraffa 100 mila euro al giorno e ha ancora una carriera davanti, ma ha coinvolto tanti illustri colleghi incapaci di gestirsi al di fuori dello spogliatoio. Nel 2005 Maradona lanciò un grido d'aiuto: «Dalla notte alla mattina mi sono trovato senza niente, ora devo ricominciare a guadagnare tutto daccapo», prendendosela con «l'ex amico» e procuratore Guillermo Coppola («Se guadagnavo cinque, a lui davo sette»).

Chi la fa l'aspetti direbbe Julio Alberto, l'ex del Barcellona che abbandonò la carriera nel 1991 finendo in un mare di debiti e depressione con cinque tentati suicidi, un record. La sua rabbia esplose proprio contro Maradona: «L'ho chiamato venti volte e non mi ha mai risposto. Io l'avevo difeso quando si era rovinato con la coca».

Luiz Antonio Da Costa, conosciuto come Müller, campione del mondo col Brasile nel 1994, nelle tre stagioni al Torino si era comprato una reggia e una Ferrari. Si è bevuto tutto e ora chiede ospitalità alla madre del suo ex compagno di squadra Pavao, periferia di San Paolo.

In comune Nyers e Skoglund non avevano solo una prolifica militanza nell'Inter anni 50, ma anche un drammatico post carriera. L'ungherese venne colpito da un ictus nel marzo 2005 ma non aveva soldi per curarsi e la pensione dall'Italia non arrivava mai: morì da solo in una clinica di Subotica in Croazia. Skoglund fu ricoverato in una clinica per alcolisti e a 46 anni venne trovato cadavere in casa, ufficialmente per infarto, per qualcuno fu suicidio.

Una bussola per gestirsi oltre il campo viene dal basket: Mike Bantom, ex Roma e Torino negli anni 80 e oggi a 62 anni vicepresidente Nba, ha avviato un progetto per seguire l'atleta prima, durante e dopo la sua carriera. Anche nel calcio qualcosa, ancora poco, si muove: l'esempio viene dagli ex giocatori del Verona: nessuno viene lasciato solo anche quando la maglia è solo da memorabilia.