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Almeno sul campo delle battute, ci sembra che il confronto tra Sarri e Spalletti sia stato vinto dal primo. Il tecnico certaldese aveva detto che il suo collega aretino avrebbe meritato di essere “ministro delle Finanze, data la sua capacità in, pochi anni, di arrivare dal semiprofessionismo a dove è adesso, con conseguente aumento economico” e quindi anche a lui (Spalletti) sarebbe piaciuto “avere un conto qui.” A questa considerazione non proprio di fulminea immediatezza, Sarri, dopo la partita di ieri, ha risposto che invece  “Spalletti andrebbe nominato ministro della Difesa” visto il predominio territoriale dei partenopei.

Match verbale a parte, il campo ha confermato, se ci fossero ancora dubbi, che Luciano Spalletti è un tattico di prima grandezza. Non solo si è concentrato sulla difesa, regolando così anni di sbandamenti nerazzurri, ma ha saputo dare una fisionomia alla sua squadra senza, per altro, smarrire quella buona dose di realismo che permette di impostare le partite considerando prima di tutto gli avversari. Una dote che Sarri, per esempio, dimostra di non avere quasi del tutto, mentre, sempre per esempio, Allegri dimostra di averne forse in troppa quantità.

Più che realismo potremmo chiamare questa sua dote “resilienza” ovvero la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Questo termine è stato poi traslato, in psicologia, nella facoltà di resistere a eventi traumatici o superare momenti di difficoltà. L’Inter sbadata, farfallona, incapace di soffrire sembra ormai lontana. Gran parte del merito va al suo nuovo tecnico, che, in pochi mesi, l’ha resa una squadra più equilibrata e matura.

A Spalletti erano bastati 15 giorni per rimettere in carreggiata la Roma garibaldina, ma squinternata di Garcia. Nella capitale trovò il caso Totti a logorarlo e un ambiente che risente ancora dei climi gladiatorii di Nerone e Commodo. La sua dialettica tortuosa, che a stento tratteneva il disprezzo per la pressione popolare incline a misurare dopo ogni scelta il suo tasso di romanità, non lo aiutava. Quelle frecciatine, per non dire colpi di spada, su Totti alimentavano lo scetticismo dei tifosi che arrivò a un vero e proprio odio nei suoi confronti. Ci fu un tempo a Roma, in cui le vittorie giallorosse venivano snobbate perché Luciano non aveva il cuore caldo, voleva fare di testa sua, e non era diplomatico. Bravo tattico sì, ma testone, troppo testone e con Totti poi...

A Milano, in una squadra in perenne rifondazione, per così dire abituata alla crisi, con uno spogliatoio governato da Zanetti, Spalletti può star fuori da beghe di natura psicologica e mitologica (Totti, appunto) e lavorare senza i fari sparati addosso, complice, paradossalmente il mercato molto più sobrio, assai meno esaltato di quello dei cugini romanisti. Partiva in sordina e lì vorrebbe rimanere Luciano da Certaldo. Se questo riuscisse, sarebbe la sua vera fortuna e quella dell’Inter. L’altra fortuna, quella che è accusato di avere sul campo, lascia il tempo che trova e alla fine pareggia i conti. Conti, che, almeno per ora il nuovissimo allenatore dell’Inter sta dimostrando di essere fortemente capace di far quadrare: ministro della Difesa, sì, ma anche delle Finanze.