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Bisogna imparare a lasciarsi. Le parole cantate da Bungaro e Ornella Vanoni continuano a essere un monito inascoltato dalle parti di viale Manfredo Fanti. Nella sede dell’ACF Fiorentina va in scena la quarta replica di una pièce che aveva stancato già alla prima rappresentazione. Ma che con scadente senso per la messa in scena, e col volenteroso ausilio della stampa locale più embedded d'Europa, viene serializzata sotto gli occhi di una piazza ormai assuefatta alla mediocrità. E allora eccola qui, la riproposizione del copione intitolato “L'allenatore Ingrato”. Il coach che chiede qualcosa in più, in termini di valori tecnici da mandare in campo, rispetto a quanto la società sia solita mettergli a disposizione. E che per questo viene immediatamente isolato, come se l'ambizione fosse il massimo atto d'insubordinazione. Da quel momento in poi il clima intorno a lui diventa irrespirabile, e i mesi che mancano all'inevitabile chiusura del rapporto si trasformano in un incessante schizzar fango. Ne uccide più la lingua biforcuta che la spada.

Sta succedendo un'altra volta con Stefano Pioli. Che pure, dall'anima più critica del tifo viola, è stato ripetutamente disapprovato durante l'ultimo anno e mezzo per un atteggiamento ritenuto eccessivamente aziendalista. Obiezione legittima, perché davvero l'allenatore parmense è parso il complemento ideale in panchina per l'opera di mediocrizzazione viola guidata dall'unico fuoriclasse italiano del genere: Pantaleo Corvino. La missione è stata fin qui compiuta in modo egregio, e soltanto l'incognita della Coppa Italia fa da ostacolo alla terza stagione consecutiva fuori dall'Europa (che poi sarebbe la sesta consecutiva sotto Corvino, se si fa la somma coi risultati delle ultime tre stagioni della sua prima gestione). Sarà stata questa prospettiva a spingere Pioli oltre la soglia del nervosismo, e a fargli porre in modo netto la questione del suo futuro a Firenze.

È successo la sera di venerdì 15 marzo, dopo la sconfitta rimediata a Cagliari, e si è trattato di un'esternazione inusuale per contenuti e toni. Lì si sono aperte ufficialmente le ostilità col rappresentante della famiglia proprietaria, il presidente Mario Cognigni. La conseguenza non poteva che essere quella di fare uscire immediatamente la polemica fuori dai binari. Non ci sarà modo di rimediare, voleranno i piatti.

E dunque Firenze si prepara a inaugurare un nuovo ciclo. L'ennesimo ricominciamento senza che la fase antecedente giunga a un esito. È questa la vera cifra dell'Era Della Valle, da quando la Fiorentina ha rimesso piede in Serie A nella stagione 2004-05. Per primo è toccato a Cesare Prandelli, che rimane l'artefice del periodo più memorabile sotto la proprietà dei calzaturieri marchigiani. Un quinquennio che ha lasciato il segno nella memoria della gente di Firenze, durante il quale pareva si stessero costruendo le premesse per vincere qualcosa. Tanto più che il minore dei fratelli Della Valle era arrivato a autorizzare i sogni di scudetto entro il 2011. E invece, quando il futuro CT della Nazionale ha chiesto alla proprietà di provare a alzare l'asticella e vincere qualcosa, si è visto contrapporre un atteggiamento freddo e l'invito a cercarsi un'altra squadra. Da lì sono partite anche le insinuazioni sul possibile approdo juventino per il tecnico. Che non hanno avuto alcun seguito, ma sul momento sono servite a deviare l'atteggiamento della tifoseria nei confronti dell'allenatore che ha firmato un quinquennio fantastico.

Segue il biennio grigio segnato dalla guida di Sinisa Mihajlovic e dagli intermezzi di Delio Rossi e Vincenzo Guerini, quindi arriva il triennio di Vincenzo Montella. Che riaccende gli entusiasmi in una piazza depressa e riporta la Fiorentina in Europa dopo tre stagioni di assenza. Ma quando l'allenatore napoletano chiede alla società di fare uno sforzo per andare all'attacco di obiettivi più ambiziosi, ecco di nuovo il muro. I rapporti si rovinano, e hanno pure una coda velenosa perché l'allenatore incappa in una clausola rescissoria che gli crea qualche difficoltà quando si tratta di rientrare nel mondo del calcio.

Si ricomincia un'altra volta da dove (non) si era finito. Tocca a Paulo Sousa, e stavolta tutto quanto avviene molto più in fretta. Perché il portoghese possiede una dialettica raffinata e sa come colpire tramite l'uso delle parole. Ha anche la ventura di iniziare benissimo la prima stagione, e poi di poter addebitare l'afflosciarsi della squadra ai mancati rinforzi chiesti durante il mercato di gennaio. Il rapporto fra società e tecnico è rovinato dopo una sola stagione, e la seconda viene trascinata fino alla conclusione soltanto per dovere contrattuale. Una convivenza forzata che rovina anche il rapporto fra l'allenatore e la tifoseria. Peraltro all'inizio della seconda stagione torna anche Pantaleo Corvino, e il risultato immediato è l'uscita dall'Europa. Chiamatelo PantalExit.

E infine eccoci arrivati all'ultimo ciclo, cominciato sulle incompiutezze del precedente e prossimo a chiudersi con un altro allenatore che s'appresta a andarsene in rotta con la società. Stefano Pioli si vede affidare un gruppo privo di ambizioni nonché costruito in maniera che definire random è persino generoso. Lo mantiene sempre sotto la soglia del piazzamento europeo. Ma infine anche lui, nel suo piccolo cabotaggio, s'incazza.
Sicché ci si ritrova per l'ennesima volta a capo senza aver messo il punto al capoverso precedente. Con Eusebio Di Francesco che viene dato come papabile per la panchina, fra le smentite piccate della società che ieri ha emesso addirittura un comunicato ufficiale per respingere una notizia apparsa sul Corriere dello Sport, e riservarsi “il diritto di agire presso le sedi degli Organi competenti”. Stile limpido e maiuscole doverose. Intanto che il principale quotidiano locale annuncia trionfante l'apertura dell'asta per Federico Chiesa. È alle viste un'altra plusvalenza da esibire come fosse una conquista. Più che la sala dei Trofei, in viale Fanti dovrebbero inaugurare la Sala degli IBAN.

@pippoevai