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Lo sanno tutti, i tifosi lo ripetono sempre come una litania un po’ malinconica: non esistono più i giocatori-bandiera, il calcio è cambiato, bisogna guardare in faccia la realtà. Ma, siccome il calcio è ancora sogno, le bandiere vengono riesumate e con loro gli anatemi, i tradimenti, gli amici, i nemici, che trasformano il mercato in una specie di Trono di Spade casareccio. E, in fondo a pensarci bene, proprio di tale serbatoio fantasy-mitologico si nutre ancora questo sport, non a caso sempre più spettacolo. 

Prendete l’episodio Donnarumma. E’ un traditore perché non ha rinnovato col Milan e il suo procuratore un Orco Vampiro assetato di sangue. Lui non è un calciatore qualsiasi perché nato e cresciuto nel Milan, se ne è più volte dichiarato innamorato e con la maglia rossonera è diventato, già giovanissimo,  uno dei più forti estremi difensori in circolazione. Le bandiere non esistono più, ma lui dovrebbe restare a vita. Se ne parlava da due anni della scadenza del suo contratto; da 25 i calciatori sono, alla stregua di altri lavoratori, “liberi” di scegliere squadra, ma lui no. E’ un mercenario, traditore, subornato dal suo mostruoso procuratore. Ma non c’era tutto il tempo per ragionare, per incontrarsi? No! E’ un infame, ingordo o uno psicolabile irretito da Raiola. Con grande correttezza, Maldini prima, Pioli poi hanno dichiarato come Donnarumma si sia sempre comportato da professionista e persona esemplare, però questo non basta: nel fantasy calcistico c’è bisogno di traditori e di sentirsi traditi. Infatti Calanoglu (come altre decine di calciatori in scadenza in altre squadre) fa lo stesso ovvero contratta, ma chi se ne frega. 

Se pensiamo alla tentazione delle società di aizzare i tifosi per difendersi, come fece la Fiorentina con Chiesa ceduto a suon di milioni alla Juve, ma fatto passare per traditore o come ha provato a fare Lotito con Inzaghi (“Avevo il contratto pronto e lui non l’ha firmato!”) bisogna fare tanto di cappello al Milan e a chi lo rappresenta per il comportamento tenuto. I rossoneri ne guadagnano in immagine e considerazione. Pensate un po’ a tutti quei presidenti che il “campione l’avrebbero tenuto, però lui non vuole” e allora sono costretti a incassare un sacco di soldi oppure tirano la corda fino all’ultimo e sono costretti a mettere quei 200 mila in più, credendo che i giochi siano fatti, ma invece la concorrenza è ancora aperta.

Pensate a Conte, sbeffeggiato dai tifosi della Juve perché se ne era andato, al punto che ne volevano cancellare la memoria all’Allianz oppure tacciato prima di juventinismo,  poi di venalità da quelli dell’Inter perché l’anno scorso non aveva vinto e quest’anno ha ottenuto una buonuscita. Dire che sia un pessimo allenatore non si può, allora è “un piccolo uomo”. Tutti ripetono che le società sono aziende, che ci lavorano dei professionisti, che il calcio è sempre più immerso in una realtà fortemente economica. E’vero, ma i bilanci non bastano, i contratti e i risultati nemmeno. Ci vogliono ancora i troni, le spade e senza qualche mostro che vola non si va da nessuna parte. O, almeno, così pare.