Con la sconfitta patita contro il Torino domenica, il Frosinone ha proseguito una striscia negativa in questa stagione che ha quasi dell'incredibile: nessuna partita vinta in casa. Le uniche 3 vittorie ciociare (SPAL, Bologna, Sampdoria) sono infatti arrivate lontano dallo Stirpe.

Abbiamo detto 'quasi dell'incredibile', perché nella storia della Serie A a girone unico è successo due volte che una squadra terminasse il campionato senza nessun successo davanti al proprio pubblico. Uno risalente ad inizio anni Settanta, quando la vittoria valeva ancora 2 punti, e uno in epoca più moderna, negli anni Novanta.

Nel 1971-1972 la Juventus vinse il suo 14° scudetto, ponendo le basi per quella che sarebbe stata una dominanza sul calcio italiano per tutto il decennio. Allenata da Cestmir Vycpalek (noto anche per essere zio di Zdenek Zeman), la Vecchia Signora chiuse in vetta a 43 punti, dopo un'emozionante lotta a tre che vide coinvolte anche Milan e Torino. I bianconeri furono trascinati dalle reti di Roberto Bettega e Pietro Anastasi.

Ecco, Anastasi. Lui è il trait d'union con l'argomento di cui stiamo trattando. Capovolgendo la classifica di quella stagione, colpiscono le statistiche impietose dell'ultima classificata: il Varese, proprio il club che pochi anni prima aveva proiettato il centravanti siciliano nell'olimpo del pallone nostrano. E che peraltro aveva appena ceduto proprio alla Juve il portiere Pietro Carmignani.

Il Varese in quel '71-'72 si presentava con un'ossatura che, almeno nelle intenzioni, offriva un buon mix di esperienza e gioventù di qualità: l'ex interista Giorgio Dellagiovanna e un Giovanni Trapattoni a fine carriera dopo le glorie milaniste facevano da chioccia a giovani in rampa di lancio, come Giorgio Morini, futuro centrocampista di Roma e Milan. Davanti, l'accoppiata che avrebbe dovuto garantire i gol-salvezza era composta da Ariedo Braida (che avrebbe avuto molto più successo come scopritore di talenti) e Carlo Petrini, destinato a una vita da onesto attaccante di Serie A e a una celebrità postuma dovuta alle sue confessioni su scandali e malaffare del calcio italiano: nel 2010 avrebbe destato scalpore con il libro 'Nel fango del dio pallone', prima di spegnersi nel 2012 per un tumore al cervello.

Di fatto, la rosa non era all'altezza delle avversarie. In panchina ruotarono 3 allenatori: Sergio Brighenti, Giancarlo Cadè e Pietro Maroso. I risultati non arrivarono con nessuno di essi: l'unica vittoria arrivò sul campo del Lanerossi Vicenza alla penultima giornata, a retrocessione matematicamente arrivata da tempo, uno 0-4 con doppietta di Braida che ricorda da vicino lo 0-4 del famigerato Bari 2010-2011 a Bologna (la clamorosa tripletta di Grandolfo). Gli spettatori del Franco Ossola in quell'annata non poterono mai gioire per i 2 punti: ci andarono vicino nella sfida contro il Catanzaro penultimo, alla 20^ giornata, ma un rigore realizzato da Spelta all'86' inchiodò il punteggio sull'1-1 dopo il vantaggio firmato da Braida al 18'.

Quel Varese raggranellò in tutto 13 punti, un misero bottino che sarebbe stato abbassato dal Catania nel 1983-84 (12 punti). Peggior attacco con 17 gol (ex aequo col Catanzaro) guidato da Petrini che andò a segno 5 volte. Seconda peggior difesa con 42 reti subite, alle spalle proprio del Vicenza, 'condannato' a tale statistica anche da quel poker del penultimo turno (magrissima consolazione per il Varese) ma che alla fine si salvò. Una delle pochissime soddisfazioni fu uno 0-0 strappato alla Roma all'Olimpico alla 21^ giornata.

Quell'infausta annata si sarebbe rivelata una delle ultime in A per la squadra lombarda, che sarebbe tornata in massima serie due anni dopo per risprofondare subito in B e iniziare un'alternanza tra 'cadetteria' e Serie C, prima del drammatico fallimento del 2015. Il secondo precedente di riferimento per il Frosinone è rappresentato dalla Reggiana nel 1996-1997. Anche allora lo scudetto andò alla Juventus, allenata da Lippi, che bruciò il Parma di mister Ancelotti e regalò agli annali il 6-1 di San Siro ai danni del Milan. E a proposito di Juve, la Reggiana era la squadra contro cui Alessandro Del Piero aveva segnato la sua prima rete in Serie A, nel 1993.

Tornando al '96-'97, il club emiliano era appena tornato in A dopo un anno di Serie B con Ancelotti alla guida tecnica (poi andato a Parma, come abbiamo appena visto). L'allenatore ingaggiato per quella stagione fu Mircea Lucescu. Il tecnico rumeno però ebbe vita breve: a fine novembre fu esonerato e sostituito da Francesco Oddo (padre di Massimo).

In quella rosa figuravano nomi che poi avremmo continuato ad apprezzare ad alti livelli, come il portiere Marco Ballotta e Max Tonetto. E nomi che ad alti livelli si erano visti per parecchio tempo, come Fernando De Napoli. Soprattutto, c'erano onesti giocatori al loro apice come il rumeno Ioan Sabau, Marco Schenardi, Alessandro Mazzola e Francesco Pedone (poi ceduto nel mercato invernale). Per la difesa la società si era affidata a un tedesco e un belga venuti in Italia per concludere la carriera: Dietmar Beiersdorfer e Georges Grün; ai quali si sarebbe aggiunto a novembre Filippo Galli. Sotto il profilo offensivo, le speranze erano riposte in una scommessa esotica come il colombiano Adolfo Valencia, sul russo Igor Simutenkov (in squadra già dal '94 ma mai pienamente esploso) e su un bomber di razza come Sandro Tovalieri, proveniente dall'Atalanta.

L'andamento del campionato però fu uno dei peggiori possibili. Si arrivò a Natale senza neanche una vittoria, e Tovalieri fu ceduto al Cagliari, che a fine stagione avrebbe comunque perso lo spareggio-salvezza col Piacenza. Il primo successo arrivò il 5 gennaio: 3-1 in trasferta sul Perugia. Il secondo giunse il 2 marzo: 4-2 a Verona sull'Hellas. In entrambe le occasioni fece doppietta Simutenkov, top scorer finale della squadra con 6 reti. Sarebbero state le uniche piene gioie stagionali. Nelle ultime 7 giornate, la Reggiana subì sempre almeno 3 gol, tra cui si registrarono un 6-1 subìto a Roma per mano della Lazio, e un 1-4 interno col Perugia (che si vendicò così dello smacco dell'andata) a retrocessione già matematica.

Allo stadio del Giglio, peraltro primo impianto di proprietà del nostro calcio (poi ristrutturato e divenuto l'attuale Mapei Stadium), i tifosi granata non poterono mai festeggiare i 3 punti. Inevitabilmente, la Reggiana terminò sul fondo della classifica, a 19 punti (si avvicinò a quota 20 grazie all'alto numero di pareggi: 13, di cui 11 in casa). Peggior attacco (28) e peggior difesa (67).

Quella fu l'ultima apparizione della Reggiana in Serie A. Da lì iniziò una progressiva parabola discendente, culminata col fallimento della scorsa estate: oggi il club si chiama Reggio Audace e gioca in Serie D.

Ecco dunque i paletti da tener presente per il Frosinone. C'è da dire, a onor del vero, che il Varese '71-'72 giocava in un torneo a 16 squadre e la Reggiana '96-'97 in uno da 18, mentre il campionato attuale è da 20, quindi offre rispettivamente 4 e 2 partite in più per evitare il 'record'. Gli uomini di Baroni hanno ancora 6 chance casalinghe per non finire negli almanacchi per questo primato negativo; la prima sarà il 31 marzo, nello scontro diretto contro la SPAL.