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Gabigol, attaccante del Flamengo, visto, poco, con la maglia dell’Inter, parla al Sun, tornando, tra le altre cose, sulla sua esperienza nel club nerazzurro: “Mi sento nel momento migliore della mia carriera, in piena evoluzione fisica e psicologica. Sono consapevole che devo migliorare e che posso ancora crescere nei prossimi anni, diventando un attaccante ancora più efficiente. Sto lavorando il mio corpo e la mia mente ogni giorno per raggiungere questi obiettivi. Le mie brutte esperienze con Inter e Benfica mi hanno reso più forte. È in questi momenti che si cresce. Quello che farò in modo diverso ora è valutare con più attenzione i prossimi passi della mia carriera”.

IL SOPRANNOME - “Ero già sotto pressione. Immagina di crescere in un club che ha prodotto Pelé, Coutinho, Robinho, Neymar: ho finito per soffrirne molto. Le aspettative per i giovani talenti qui sono enormi, ancora di più una volta esordito nella partita d'addio di Neymar. Sono sempre stato molto precoce. Ho giocato con le fasce di età più alte e molte persone hanno cercato farmi alzare i piedi da terra ma la mia famiglia è stata fondamentale nella mia evoluzione. Mi hanno messo in una posizione adeguata e mi hanno aiutato a seguire un percorso. Sono grato a loro per la persona che sono diventato”. 
L’INTER - “È il sogno di ogni giocatore andare in Europa. Hanno i migliori campionati del calcio mondiale. Ero giovane, avevo appena vinto l'oro con la squadra brasiliana alle Olimpiadi e tante squadre bussavano alla porta. Ho dovuto fare una scelta molto veloce. Fino ad oggi non avevo davvero capito perché avevo così poche opportunità. Avevo tante domande nella mia testa. Ma ho scoperto col tempo che avevo bisogno di molto più del talento per giocare nell'Inter. Sono una persona molto competitiva e ho una forte personalità. Molte persone che non mi conoscono hanno finito per avere una visione esterna che non è la realtà. Sul campo divento il killer che ha bisogno di fare gol, ma fuori sono molto calmo e ho abitudini semplici. Ho svolto il mio ruolo, ho fatto il massimo nell'allenamento, nel mio corso di italiano, nel mio adattamento, nell'alimentazione. Oggi, qualche anno dopo, so che avrei potuto fare cose diverse. La mia esperienza in Europa è stata una storia molto veloce, mi sento ancora frustrato”.