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Sia chiaro. Nessuno intende saltare sul carro del vincitore. Anche perché, al momento, nulla è stato conquistato se non l’avvicinamento a un sogno. Eppoi, soprattutto, perché tali esercizi da saltimbanchi sussiegosi e servili ci provocano l’orticaria. Sia altrettanto chiaro, però, che riteniamo giusto e onesto cavalcare un altro luogo comune adeguato all'attualità. Dare a Cesare ciò che è di Cesare. In questo caso i beneficiari sono addirittura due ed entrambi hanno un nome diverso da quello del dittatore romano. A Gabriele Gravina e a Roberto Mancini, rispettivamente presidente della Federazione e commissario tecnico della nazionale, spetta il saldo dovuto a loro per il lavoro fatto al fine di riportare la nostra squadra azzurra e l’immagine calcistica del nostro Paese in quella posizione di visibilità e di stima internazionale che mancava da tempo.

Per ciò che riguarda l’aspetto agonistico, confortato da risultati eccellenti, non vi è dubbio che il “braccio” del selezionatore e allenatore abbia fatto sentire il suo peso. Mancini, senza la necessità di vestire i panni del tribuno o quelli del pifferaio magico, ha dato un senso di compiutezza anche estetica ad una squadra che ora, finalmente, è tornata a offrire le giuste suggestioni emotive alla gente, tifosi e non. Onestà intellettuale spinge a dire che il tecnico non sarebbe riuscito a realizzare questa impresa, ancora in fase di grande miglioramento, se alle spalle non avesse avuto il sostegno di una struttura abile e per certi versi geniale per la visione di che cosa deve essere il Palazzo e di come devono operare al suo interno gli inquilini.
Ecco, dunque, emergere la figura del presidente federale Gabriele Gravina. Figlio di un compromesso politico-sportivo, nel breve spazio di un anno e da dietro le quinte, ha ridisegnato autonomamente la mappa azzurra che dovrebbe condurre all'isola del tesoro. Senza scossoni e badando a non lasciare cadaveri lungo il percorso questo sessantaseienne pugliese (proprio come Giuseppe e Antonio Conte anche loro “jolly” nazionali ) ha resettato il computer azzurro la cui memoria era sempre più stitica confermando la teoria secondo la quale il “braccio” funziona egregiamente soltanto se sollecitato da una “mente” lucida e propositiva.

L’Italia, in quanto soggetto calcistico, è stata gestita e amministrata da parecchi governi la cui origine è sempre stata sostanzialmente politica. Il massimo dello splendore, al tavolo dei potenti, venne raggiunto in tempi oramai jurassici quando a capo dell’azienda azzurra c’era Artemio Franchi, un astuto ma anche intelligente “principe di Machiavelli” un poco fiorentino e molto senese, che riuscì a far sentire la voce e la presenza dell’Italia nella stanza dei bottoni del calcio internazionale. Risultati e immagine, nello score azzurro di quei tempi. Poi, dopo di lui e con l’avvento di Carraro in avanti, per la storia del pallone italiano s’iniziò una fase piuttosto altalenante caratterizzata più che altro da stucchevoli intrighi di Palazzo. I successi sportivi ottenuti da Bearzot e da Lippi furono frutto, al novanta per cento, del lavoro fatto sul campo. Successivamente, negli ultimi anni, l’Italia era diventata nel panorama mondiale un’entità marginale in quanto a peso specifico.
Ora è netta l’impressione che si sia riusciti, finalmente, a voltare pagina. Senza la necessità di effetti speciali o di dichiarazione pubbliche fatte alla luna, Gabriele Gravina ha dato una decisiva sterzata alla barra del timone. Uomo di sport ma soprattutto manager e accademico, quindi molto attento anche all'aspetto culturale e sociale del calcio, con il suo lavoro apparentemente oscuro dà l’impressione di voler replicare in grande quel piccolo miracolo di provincia che fu, per qualche tempo, il Castel di Sangro paesino sperso tra i monti dove, in una notte di neve, arrivò l’Inter di Ronaldo per giocare una gara ufficiale di Coppa Italia. Il presidente, tranquillo e sicuro per aver affidato il terminale azzurro al braccio di Mancini, può esercitare il proprio ruolo di manager “primus inter pares” dando il giusto senso di attualità e di concretezza popolare all'intero impianto. La nazionale negli ospedali dai bambini malati, la “convocazione” tecnico-umanitaria di Luca Vialli in Casa Italia, lo “spot” di De Rossi, l’estrema attenzione ai minimi particolari di comportamento e di etica quotidiana, i rapporti non soltanto formali con la diplomazia calcistica europea. Il tutto riassumibile in questa Italia bella e con un’anima. Se poi capita che gli azzurri scendano in campo di verde vestiti per uno scivolone evitabile è perché, scomodando un altro luogo comune, soltanto chi non mangia non fa briciole.