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Succede tutto in 54 giorni, dal 28 maggio al 21 luglio, passando per il 12 luglio. Corre l'anno 2000: la Lazio è da poco campione d'Italia per la seconda volta, Galeazzi non ha ancora perso la voce nel racconto dell'oro di Rossi e Bonomi a Sydney. In quella tarda primavera e avvio d'estate nascono, in ordine, Phil Foden, Erling Haaland e Vinicius Junior, protagonisti di un gomitolo di talento che, srotolato, ha legato i suoi estremi nella serata di ieri. Una linea immaginaria ha unito Manchester e Madrid, tanto diverse quanto accomunate dalla perentoria avanzata della generazione Z. Se un mese fa raccontavamo la contemporanea uscita di scena di Messi e Ronaldo agli ottavi di finale, oggi celebriamo l'arrivo di una nuova era. 

L'ABBRACCIO DEL FUTURO - All'ingresso del Purgatorio, Dante ha bisogno che la navicella dell'ingegno alzi le proprie vele. Per inquadrare meglio il calcio del futuro, invece, ci basta tornare indietro fino alla prima serata dei quarti di finale di Champions. Il 2-1 del City sul Dortmund racconta lo splendido assist di Haaland per Reus e il gol decisivo di Foden. Di Erling Haaland, ormai, sappiamo tutto: la crescita nel Molde di Solskjaer, l'esplosione al Salisburgo, la consacrazione al Borussia, che ora annusa una cessione - l'ennesima - coperta d'oro. Non può essere altrimenti quando i numeri raccontano di 34 gol in 36 partite coi gialloneri. Storia un po' diversa, invece, per Phil Foden. Uno che, a 19 anni, venne battezzato come "il più grande talento mai visto" da un certo Guardiola. Piede educatissimo, grande visione di gioco, tecnica da fenomeno e un senso tattico che gli permette di giocare ovunque: sono svariati i motivi per cui il suo mentore Pep si è sempre opposto in maniera netta a qualsiasi possibilità di perderlo. Non sorprende, allora, che a 20 anni abbia già collezionato 64 presenze con il City. Più curioso, invece, che in una formazione - quella di ieri - pagata 577 milioni complessivi, lui sia l'unico proveniente dal settore giovanile. E quell'abbraccio tra i due, Erling e Phil, al termine del match, è la locandina che la serata dell'Ethiad regala al pubblico del cinema pallonaro per il nuovo decennio. 
FENOMENO VINICIUS - In contemporanea, a Madrid, un altro figlio del 2000 dava spettacolo all'Alfredo Di Stéfano di Valdebebas. Meno male, perché vedere una prestazione simile in un Bernabéu vuoto sarebbe stato un peccato. Accelerazioni, dribbling e grande senso del gol: la doppietta di Vinicius al Liverpool consegna al maridismo un nuovo funambolo, un giovane gioiello pronto a prendere in mano i Blancos per i prossimi anni. 73 presenze, 8 gol e un talento che germoglia sempre di più. 

CONFRONTO IMPIETOSO - Guardando in casa nostra, il confronto è impietoso. Tonali e Raspadori, infatti, non bastano per affacciarci al panorama europeo sullo stesso livello di altre formazioni: lo dice la qualità, lo dice la tecnica, lo dicono esperienza e responsabilità che hanno nelle loro carriere e nei rispettivi club. Riserve di Milan e Sassuolo, sono reduci dagli Europei Under 21 in Slovenia. A salvare la banda azzurra è Moise Kean, che evidenzia però un altro problema non di poco conto: il valore della nostra Serie A. Sì, perché l'unico 2000 italiano capace di imporsi in Europa gioca in Francia ed è stato scaricato con eccessiva velocità dalla Juve. Quella Juve dove ora prova a farsi strada Dejan Kulusevski il quale, per sua stessa ammissione, sta faticando troppo a trovare continuità in bianconero. Discorso diverso per Dusan Vlahovic, protagonista di una Fiorentina che arranca in classifica. A lui si aggiungono Kumbulla e Traoré con Roma e Sassuolo. I quali non hanno il posto assicurato e che, appare chiaro, non reggono il confronto con i 2000 citati in precedenza o con altri ventenni protagonisti in Europa quali Sancho, Ferran Torres, Alphonso Davies o Szoboszlai. Differenze nette che rimarcano il gap tra l'Italia e il resto d'Europa. Lì dove, ora, i nuovi padroni sono coloro nati mentre Totti beffava Van der Saar con un cucchiaio...