In questi giorni di calcio delle Nazionali sparpagliato in tutto il mondo compresa l’Italia, anzi Italia in prima linea per ospitalità di eventi, si parla molto del fattore campo. Una mano la danno si capisce anche altri sport con i loro playoff (roba di stagione), su tutti per noi quello del basket tricolore che è arrivato all’undicesimo confronto fra i veneziani e i sassaresi (vittoria finale della ex gloriosa Reyer Venezia, ammesso che di certe storie gloriose importi ancora qualcosa a qualcuno).

Il fattore campo è importante nel calcio, e specialmente nel calcio italiano, dove fra l’altro lo si usa eccome per spiegare successi imprevisti delle squadre piccole, povere di pubblico e di potere, forti di tifoserie specializzate nel trascinare a successi che magari hanno ragioni tecniche e atletiche precise, ma che proprio per questo sono più difficili da individuare, da inquadrare e soprattutto da giornalisticamente spiegare ai popoli. Quando poi non si tratta di spiegazioni così semplici - tipo quelle che fanno capo alla volontà e poco altro - che sembra non solo banale ma anche sdatato parteciparle. Meglio le astrusità barocche scovate con zelo, meglio i misteriosi algoritmi: ci permettono il dispiego con parole altrui di tutta la nostra scienza calcistica, la nostra sapienza storica, il nostro mestiere insomma. Bene, a costo di rovinare un atomo di estate a qualcuno, proponiamo sul fattore campo un ragionamento che parta da questa semplice  domanda: è un bluff? Con domanda bis immediata: e se non lo è, cosa è? Come si nota, evitiamo la domanda troppo difficile, per gente della Crusca: il trattino o no tra “fattore” e “campo”? Già il calcio è assai complicato di suo...

Il grande Gigi Riva diceva che per lui il fattore campo era la collocazione dei tabelloni pubblicitari nello stadio, e specialmente quelli più utili al suo lavoro diciamo trigonometrico di valutare – a fini di tiro o di passaggio - la propria posizione sul terreno (di solito in area di rigore), rispetto a quella del portiere e degli altri difensori, oltre che dei compagni. Questo perché lui amava giocare con le spalle alla porta avversaria, aspettando il pallone per eseguire spostamenti e trattamenti ad hoc. Riva passò un momento di sbandamento quando Cagliari ebbe lo stadio nuovo con cartellonistica nuova, quello che sapeva a memoria era cambiato. Fuori casa Riva aveva si capisce dei problemi di adattamento, almeno per i primi minuti, e comunque rischiava di rendere di meno.

C’è un altro fattore campo, più noto e celebrato, e con tante sfaccettature, ed è quello creato e fornito dal pubblico, specialmente di casa. Nello spagnolo del Real Madrid si chiama miedo escenico, paura scenica, muro di folla, fazzoletti bianchi sventolati (la panuelada). Lo patiscono assai i rivali. Varie altre forme per espletarlo: rumori assordanti, cori speciali, striscioni mirati, giochi cromatici di bandiere e simili. Antonio Conte pretendeva e otteneva qualcosa di simile per la sua Juventus dai presunti (troppo presunti) algidi viziati tifosi bianconeri: “Voglio che lo stadio sia una bolgia”. In una delle sfide cestistiche tricolori fra Venezia e Sassari il telecommentatore ha descritto l’ambiente nel palasport lagunare come un inferno di tifo, nel nome del fattore campo di tipo calcistico. Tifo che spesso non teme, di evolversi (?) in paura trasmessa all’avversario, in senso incombente di minaccia, in pressione sugli arbitri (Var e addetti compresi), insomma in intimidazione. Ci siamo. Il fattore campo non è una bella cosa. Il fattore campo è una brutta cosa. Il fattore campo, se non combattuto, peggio se auspicato o patito, dunque in qualche modo assecondato, è una vergogna.

I romantici fasulli, lasciati indietro dalla spietatezza del calcio moderno, dicono che il fattore campo spesso è la voglia che l’atleta ha di dare il massimo nel suo stadio, davanti alla sua gente. Ma siccome erba e linee e porte sono eguali dovunque, dobbiamo pensare che giovanotti in salute, pagati spaventosamente bene perché ce la mettano sempre tutta, per mettercela sempre tutta abbiano bisogno dell’ambiente ideale, del contorno ideale, della spinta della loro gente amica che dileggia gli avversari e insulta e condiziona gli arbitri? Dobbiamo insomma pensare ad un insieme di cose, di stimoli che costituiscono una vergogna per un professionista? Il quale professionista corre di più e più velocemente se gli urlano appunto di correre? Via, un calciatore serio potrebbe, dovrebbe offendersi e querelare, con una class action al contrario. Il giocatore professionista, per di più strapagato con denaro che offende tanto è tanto, deve (dovrebbe) sempre dare il meglio, il massimo, per onorare il contratto, se non la bandiera. Oppure i nostri assi sono dei bambinetti imbecilli sui quali certi incitamenti davvero puerili possono fare presa e diventare doping? Un grande nostro collega, purtroppo ora alle prese con un male che lo tormenta e lo isola, ha le statistiche del fattore campo nel mondo, anche e soprattutto per sport miliardari: il calcio, e specialmente il calcio italiano, vive e patisce di più il binomio vergognoso, travestito da sana passione popolare, persino romantica, persino poetica, quando invece si gonfia e diventa intimidazione!

Consegniamo l’argomento, con tanti punti interrogativi ma anche con il nostro punto esclamativo alla fine della frase qui sopra, alla sensibilità del lettore. Decida lui cosa è (per lui) il fattore campo. Lo aiutiamo nella ricerca segnando ancora che in pochi posti al mondo lo si avverte come in Italia, in pochi sport al mondo lo si avverte come nel calcio italiano... Se per chiudere l’articolo riapriamo al concetto di vergogna, la consolazione è che siamo i più bravi nel frequentarla e persino nell’usarla.