Da papà Luigi Carraro a Silvio Berlusconi, da Arturo Silvestri a Fabio Capello, da Gianni Rivera a Paolo Maldini. In trentadue anni di Milan, seduto in panchina ma sempre pronto a scattare in campo per soccorrere gli infortunati, il dottor Gianni Monti ne ha viste di tutti i colori, rigorosamente rossoneri, e il minuto di silenzio osservato prima della partita Sampdoria-Milan è stato il minimo per ricordare non soltanto un grande professionista ma anche un uomo eccezionale, nel senso letterale del termine. Sì, perché il dottor Monti con la sua semplicità ha rappresentato un’eccezione nel mondo del calcio, in cui tutti cercano vetrina e denari. Per questo la sua scomparsa ha addolorato migliaia di giocatori che aveva conosciuto e curato nella sua lunga carriera.

Egidio Calloni, che non era così sciagurato sotto porta come pensa chi non lo ha mai visto segnare in un Milan minore, è stato uno dei tanti che ha chiesto l’indirizzo della famiglia per spedire un messaggio privato. Giovanni Lodetti, uno dei più affezionati, sempre rimasto in contatto con la moglie, ci ricordava commosso i tempi in cui a Milanello, il grande “Paròn” Rocco lo prendeva in giro quando si presentava con la sua 850 blu: “ciò, dove ti va dotor?” Proprio Rocco lo aveva soprannominato Ginko, come l’ispettore dei fumetti, e “Ginko” è rimasto anche nella necrologia della famiglia. Ginko per tutti, anche per noi giovani giornalisti ai quali chiedeva di dare del “tu”. E così anch’io tra i tanti gli devo riconoscenza, perché nel 1982 quando non mi passava un tremendo mal di collo e di schiena, lui mi spiazzò così: “Dammi retta, prova a dormire senza cuscino e non avrai più problemi”. Abituato a dormire soltanto col cuscino per me fu un trauma, ma anche quella volta aveva ragione lui e da allora niente cuscino, e niente mal di schiena. Perché Ginko sapeva guarire tutti, non soltanto i calciatori con problemi alle ginocchia. E se Van Basten gli avesse dato retta non si sarebbe fatto operare e avrebbe continuato a giocare con la maglia del Milan. “Vai da Monti”, era la parola chiave per chi aveva problemi, anche fuori dal calcio, o in molti casi anche per i giocatori di altre squadre, Inter compresa. E Ginko spesso non si faceva nemmeno pagare, perché per lui era tutto facile e normale. Come nel 1988 a Belgrado, nella famosa partita della nebbia, quando fu lui a salvare Donadoni tirandogli fuori con un dito la lingua che lo stava soffocando. Grande amico di Capello, suo ultimo allenatore, con cui ha diviso la storica doppietta scudetto-Champions nel 1994, Ginko non figura mai però nelle foto dei festeggiamenti, perché lui non si sentiva protagonista. Lasciava la ribalta agli altri e fino all’ultimo dei suoi giorni ha voluto rimanere in disparte, chiedendo che la notizia della sua morte fosse comunicata a funerali avvenuti, proprio per non disturbare nessuno. E così il contraccolpo per i tanti amici è stato ancora più forte, come ci ha raccontato la moglie, signora Ada. “Dovrebbero essere gli altri a consolare me, e invece sono io che da giorni consolo i tanti che mi telefonano in lacrime”. Perché Ginko si è fatto voler bene da tutti, con la sua ironia e la sua umanità. E per questo sarà impossibile dimenticarlo, mentre è facile immaginare che cosa gli avrà detto Rocco, facendolo sedere sulla sua nuova panchina. “Ciò mona de un dotor, coss ti fa qui?”