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C’è questo modo di dire: se non vedi la luce in fondo al tunnel, allora cerca di essere tu, la luce dentro al tunnel. Forse a Ilicic - il nostro amico fragile - è andata così. Forse al di là di tutto la forza per uscirne l’ha trovata dentro di sé. Come spesso capita a tutti noi, lo sappiamo bene.

Dunque: Gasperini l’ha convocato per la sfida di Napoli, Ilicic è tornato nel gruppo ed è di nuovo un calciatore. Questa è l’unica cosa che conta. E’ la prima volta in questo campionato perché da molto tempo a questa parte Ilicic ha fatto un passo a lato. Non indietro, a lato. Si è sfilato, si è tolto dalla mischia. Oltre il rumore delle nostre giornate, nell’ombra del silenzio. Star qui a discutere su quale sia stato il suo problema è persino inutile. I tormenti della vita sono diversi per ognuno di noi, non si sta lì a sindacare sul peso che ogni anima riesce a sopportare.

Sappiamo che Ilicic ha vissuto un periodo buio, sappiamo che gli era scattato qualcosa dentro, si era accesa una luce, una di quelle che fanno paura; o forse si era spenta e l’aveva lasciato solo. L’ultima partita l’ha giocata l’11 luglio, 2-2 contro la Juventus in quello che poteva diventare uno spareggio per lo scudetto e invece no, solo un’occasione mancata.

Su Transfermarkt la sua assenza viene giustificata dalla voce «Vacanze extra», come a sottolineare in maniera elegante il bisogno di ognuno di noi di prendersi ogni tanto una vacanza dalla vita. Abbiamo letto del suo carattere ombroso e solitario, sappiamo della sua ipocondria - vive col terrore di infortunarsi e un paio d’anni fa, dopo una serie infezione batterica disse «Ho paura di addormentarmi e non svegliarmi più» - il suo percorso umano racconta di un’infanzia ansiosa, la nascita in Bosnia in piena guerra dei Balcani, la fuga con la famiglia in Slovenia, da lì l’inizio della carriera.

Elementi che possono andare nella direzione di un tormento, ma non basta questo a decifrare una personalità, a definire il contorno di un uomo, a giustificare certe scelte. Non è nemmeno giusto farlo. Ilicic ha preso fiato, aveva bisogno di respirare, ha vissuto senz’aria il lockdown e - mentre i compagni ricominciavano ad allenarsi e a giocare - si è seduto.

L’Atalanta - e gliene va reso atto - l’ha aspettato, con pudore, con la consapevolezza che non era un capriccio, ma una necessità vitale di un uomo che non trovava più la sua bussola.

Gasperini ha dovuto fare a meno del suo estro per molte settimane e - soprattutto - nella fase più delicata della stagione, alla vigilia della sfida di Champions con il Paris Saint Germain. La città - il popolo di Bergamo - ha fatto avere al campione il suo sostegno, una vicinanza sobria, solida ma mai urlata, una pacca sulla spalla ad un amico fragile senza tante smancerie e senza tanto pubblicizzare la questione. Perché la storia di Ilicic racconta anche molto di noi, della nostra fragilità, della nostra paura di non essere all’altezza della situazione e oggi - il suo ritorno in campo - ha un alto valore simbolico, non soltanto per quello che porta in dote all’Atalanta (fantasia, personalità, talento, gol) ma per quello che - in un periodo così oscuro - porta in dote a tutto il nostro movimento calcistico: una rinascita, un nuovo inizio.