150
Se non fosse un serio caso politico, sembrerebbe una gag. Ma c’è davvero poco da ridere. Ieri - prima e dopo Spagna-Kosovo - sono successe cose da teatro dell'assurdo, cose che a pensarci uno non ci crede. I fatti, dunque: a Siviglia si è giocata Spagna-Kosovo, partita di qualificazione a Qatar 2022. 3-1 per la Spagna, ma il risultato è la notizia meno importante. E’ accaduto infatti che gli spagnoli davanti alla tivù non hanno sentito l'inno kosovaro. In campo è stato suonato (sono le regole dell'UEFA, evitare di farlo avrebbe comportato una multa), ma l'emittente spagnola TVE non lo ha trasmesso, mandando le immagini senza sonoro. E ancora: la grafica in sovrimpressione recitava “ESP” maiuscolo e “kos” minuscolo. Un dispettuccio? No. Qualcosa di più.

Geo-calcio, geo-politica. E mica è finita. Al momento della conferenza stampa post-partita l'addetto alla comunicazione della Nazionale spagnola ha convinto/costretto i giornalisti spagnoli a non pronunciare la parola Kosovo per poter fare le domande all’allenatore. Sono seguiti momenti molto imbarazzanti, con in giornalisti spagnoli che si riferivano genericamente agli avversari e al ct Challandes senza mai nominare la parola Kosovo e con l'addetto stampa kosovaro che si impuntava e chiedeva: “The question is for the coach of which team?”. Cioè: La domanda è per il coach di quale squadra? E ancora: Mi vuoi dire il nome della nostra nazionale? E’ stata una strategia, quella spagnola; seppure molto goffa e subito evidenziata dai social che hanno - per la stragrande maggioranza - sottolineato la meschinità della Federazione spagnola.

Una strategia per occultare, nascondere, sminuire. E annunciata alla vigilia della partita sull’account Twitter ufficiale della Federazione. La Spagna infatti non riconosce il Kosovo come paese indipendente. In telecronaca - tra un’acrobazia linguistica e l'altra - si parlava di «giocatori del territorio del Kosovo», tra cui i noti Muriqi (Lazio) e Ujkani (Torino). In Spagna si temeva che certificando l’esistenza del Kosovo si alimentasse in questo modo lo spirito indipendentista dei Paesi Baschi e della Catalogna.
La verità è che sulla scia di una storia dolorosa di nostalgie nazionaliste e rigurgiti totalitari; il Kosovo (1,8 milioni di abitanti, stretto da sempre nella morsa tra Albania e Serbia) sta da qualche anno cercando anche nello sport quella identità che gli è sempre stata negata. Chiariamo: il Kosovo è membro della FIFA e dal giugno 2016 può disputare le competizioni ufficiali. Ha partecipato alla fase di qualificazione ai Mondiali 2018 (eliminato) e a quelle per gli Europei del 2020 (eliminato), così come in Nations League ha fatto un salto avanti (promosso in Lega C). Ora è impegnato nel Gruppo B europeo per la corsa a Qatar 2022. Si è dichiarato uno stato indipendente nel 2008 dopo aver ricevuto il sostegno degli Stati Uniti. Quello spagnolo non è il primo caso di «rifiuto calcistico».

In un Kosovo-Montenegro valido per Euro 2020 il ct montenegrino Ljubisa Tumbakovic rifiutò di sedere in panchina. Oggi 113 paesi dell'ONU riconoscono il Kosovo come stato indipendente, 73 lo considerano ancora parte della Serbia. Non si è rimarginata la ferita del genocidio (1991-2001) che si è consumato nella ex Jugoslavia e che ha consegnato a memorie contese e mai condivise centomila morti, moltissimi tra i civili, e ben due milioni di profughi.