11
Parlare dell’Atalanta approfittando anche del rinvio di Atalanta-Sassuolo: si può, si deve. L’Atalanta merita monitoraggio continuo, specialmente adesso che è stata scoperta come squadrissima, quasi squadrone. Andrà a Valencia con un 4-1 che dovrebbe metterla anche al riparo dalla parola che indica la città e ora anche il suo football: per anni e anni è stato infatti deciso dagli adepti del malocchio che la canzone spagnola dedicata a Valencia (“dolce terra – che ti afferra - con le mille seduzioni”: così la versione italiana) portasse jella, in quanto eseguita - dicebant - dall’orchestra del Titanic, anno 1912, al momento dell’impatto con l’iceberg.

Parlare dell’Atalanta, che adesso è la Dea mentre sino a pochi anni fa era al massimo la Madre prolifica che sfornava giocatori per le grandi, su tutte la Juventus, poi ma con distacco l’Inter (fu Donadoni, chiedendo di passare al Milan, a interrompere provvisoriamente il filotto, a lungo forte e vivo anche se insieme con veri campioni erano stati rifilati grandi bidoni). Adesso sembra finita la disponibilità mercantile dei nerazzurri poveri di Bergamo, e nessuno pensa di portar via all’Atalanta il grande Gomez, trascurato anche dalla sua Argentina, né di prendere o riprendere stranieri che Bergamo ha esaltato: casomai qualche italianuzzo, però il caso di Spinazzola, in pratica niente Juve, nonostante il tesseramento illustre e poca Roma, ammonisce. I Cabrini e gli Scirea non vogliono rinascere, e Belotti è un bergamasco esploso a Palermo.

E Gian Piero Gasperini? Classe 1958, centrocampista bianconero per una partita di Coppa Italia con un certo Paolo Rossi, dieci partite in A (5  col Palermo, 5 col Pascara), da allenatore nel 2011 era arrivato addirittura alla panchina dell’Inter per quattro partite: nessuna vittoria, record speleologico di discesa, esonero quasi lampo, con gli esperti che dissero che lo squadrone non faceva per lui. Effettivamente la sua bonomia piemontesarda, con risvolti allegrotti e smorfiette quasi da Macario della panchina, sembrava inadatta ai grandi palcoscenici: non per nulla, si diceva, la sua signorile Juventus, dove pure era stato tesserato quando aveva nove anni, lo ignorava. Lo aveva sì provato eccome quale allenatore nel settore giovanile, per dieci anni aveva apprezzato di lui lavoro e successi, ma poi mica lo aveva trattenuto per l’impegno massimo. E lui era diventato mister, se non celebre quantomeno apprezzato, in squadre come il Crotone e il Genoa, prima del rapido sogno ambrosiano, nonché come il Palermo,dove aveva dato fiducia a ragazzotti  di cognome Dybala e Belotti. 
 
Bisognerebbe davvero ricordare e tenere presente tutto questo suo penare, ma adesso è più facile parlare della sua grande Atalanta che addirittura, giocando la Champions a San Siro, avrebbe deprovincializzato se stessa e la sua tifoseria: la quale tifoseria però anche lontana da Bergamo sembra non avere perso i poteri che nello stadio di casa spesso si traducevano in “miedo escenico”, tipo Real Madrid, il terrore cioè inculcato in avversari e magari anche arbitri… Forse a Gasperini qualche volta nell’intimità scappa da ridere di tutto ciò, e magari gli accade anche dopo avere solennemente e intanto umilmente dichiarato, ai fervidi intervistatori che gli chiedono il segreto dei suoi successi, che si ispira al calcio totale olandese, cioè al gioco più semplice da apprezzare e intanto più difficile da realizzare.
Ecco: invece di cercare di sintonizzarci con il coro che inneggia al calcio nerazzurrino sino a ieri ritenuto “minore”, preferiamo  un bel sano “boh”.  Cioè dell’Atalanta, questa Atalanta, preferiamo dirci sorpresi, anziché assurgere al ruolo comodo di esperti. Perché se davvero le cose stanno come si dice, se si tratta di un sublime inno alla proficua semplicità del calcio praticato con moltissimo impegno, sino all’aggressività costante, con moltissima corsa, con moltissimo senso di gruppo, gli esperti potevano dircelo prima, e comunque si tratterebbe di doti acquisibili comodamente, tanto di umano e niente di magico. 

Boh? Boh!. L’attuale Atalanta è come esercito e leader la stessa congrega calcistica che al via della sua Champions ha fatto ridere l’Europa e sorridere gli espertoni “de noantri” per i tanti gol che prendeva ed i pochi che faceva. In Serie A intanto era considerata più che altro una sorta di continua fiera itinerante per mostrare i suoi prodotti ed eseguire colpi e colpacci di mercato (grande ammirato stupore per un presidente come Percassi, abile stratega di mercato e grande motivatore di spiriti: ma è lo stesso Percassi ex giocatore che sta nel calcio ovviamente atalantino da un mezzo secolo, agli inizi anche da giocatore). Quanto a Gasperini minuto e candido, nei grandi scenari europei appariva al massimo come una sorta di folletto shakespeariano, da “sogno di una notte di mezza estate e di primo autunno”.

Boh. Tenete presenti queste memorie, queste constatazioni, torneranno magari utili non appena la Dea umanizzata ed anche - perché no? - boicottata visto che dà disturbo all’alto calcio, all’alta finanza calcistica, agli operatori del mercato farlocco, comincerà ad andar male. Gli stessi esperti che non ci avevano detto niente a proposito dell’imminente crescita della Dea, forse per non toglierci il gusto della sorpresa, ci diranno che il declino tutto era stato da loro previsto, semplicemente avevano guidato i cori di giubilo per incrementare e nobilitare con la loro partecipazione momenti di sana provinciale provvisoria letizia popolare. E se invece l’Atalanta di Gasperini insistesse, cioè continuasse a vincere, ad andare bene? Boh.