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L'attore Ascanio Celestini tifa Roma: 'Totti fuori dagli schemi'

L'attore Ascanio Celestini tifa Roma: 'Totti fuori dagli schemi'

L'attore e regista Ascanio Celestini alla Gazzetta dello Sport racconta la sua passione per il calcio e in particolare per la Roma. 'Questo sport è come la religione, tutti abbiamo delle basi: è come una preghiera o il segno della croce, sapremmo farli anche se non fossimo credenti - dichiara Celestini -. Il calcio è così: mio padre era della Roma e io sono della Roma. Un imprinting. Nella mia vecchia casa di Morena vivevo sopra un'officina e il titolare ascoltava tutto il giorno la tipica radio romanista dal suo furgone, quindi, anche non volendo, a casa mia bastava andare al bagno per sapere le ultime sui giallorossi. Ed è lo stesso con questa Roma capolista, sarebbe impossibile non saperlo anche per coloro che non s'interessano di calcio. Come sarebbe difficile non vedere le scritte Te l'ho alzata in faccia in tutto il quartiere. La proprietà americana? Potrebbero comprarla pure i cinesi, non cambierebbe. Sarebbe sempre una questione di guadagni. Anche questo rientra nella grande narrazione del calcio, con quelli che s'ammazzerebbero pur di rivedere la Roma italiana. Totti? A differenza di altri giocatori è un personaggio in cui il tifoso si rivede, perché crede in qualcosa in cui credono tutti i tifosi. È fuori dagli schemi del calcio di adesso, sembra più un giocatore più degli anni '70, uno che non sta in mezzo a scandali. Potrebbe tranquillamente essere il mio vicino di casa'.

'Esiste una distanza troppo grande fra il calcio giocato e il calcio seguito attraverso i mezzi di comunicazione - analizza Celestini -. È un po' come la pallina bianca della roulette. Certo, è determinante il punto in cui si ferma la pallina, però attorno c'è tutto un mondo di persone con interessi, scommesse, aspettative. È come se il calcio fosse una narrazione riveduta e corretta. Ma non voglio fare moralismi, anzi, questo casino mi diverte. Le discussioni sulla discriminazione territoriale? Non si comprende che ciò che accade allo stadio è quello che accade nella società. Chiudendo le curve non cambia nulla. Se esiste un linguaggio violento, bisogna arginarlo a monte. È sbagliato pensare di risolvere le questioni astraendole dal contesto sociale. Lo stadio è come se fosse uno stato straniero ed è come se noi l'avessimo invaso senza nemmeno conoscerne la giurisdizione. Negli anni scorsi mi è capitato di partecipare ad Hasta Siempre Bagna, un festival organizzato per ricordare Matteo Bagnaresi, tifoso del Parma travolto da un pullman di juventini nel 2008. Era un ultrà, però era anche un ragazzo molto attivo politicamente. E i suoi amici si sono incontrati rendendosi conto di avere bisogno di politica e hanno dato vita a questa manifestazione. Questo perché nel calcio c'è bisogno di socialità. Poi il problema è che tra coloro che seguono il calcio in maniera totale, diventa più facile infiltrare una serie di istanze radicali e superficiali'.

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