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In Inghilterra i calciatori soffrono il caldo meno che in Italia? Domanda legittima dopo che la Premier, senza tante storie o eccezioni, prima ha fissato la data della ripresa del calcio il 17 giugno e poi ha stabilito gli orari delle gare: alle 13.30 e alle 16 nei giorni feriali, alle 13 e alle 15 la domenica. Da noi, invece, l’orario d’inizio della partita e il caldo conseguente sembrano essere diventati un problema insormontabile almeno quanto le date della Coppa Italia. Sinceramente credo che con questo grado di litigiosità il calcio italiano (società, sindacato, istituzioni) non solo non ci faccia una bella figura, ma rischi davvero di compromettere una ripartenza che è sempre più necessaria sia dal punto di vista economico che tecnico.

Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione Calciatori (Aic), secondo me sta conducendo una battaglia di retroguardia che, al di là del tifo calcistico, potrebbe alienare molte simpatie alla sua categoria. E se i calciatori devono essere messi nelle migliori condizioni per poter offrire uno spettacolo tecnico ed agonistico degno, va anche ricordato che, per ragioni televisive o di cassetta, le più importanti manifestazioni calcistiche continentali o mondiali si giocano in orari che nessuno si sogna di contestare, nonostante l’incongruità delle collocazioni.

Senza risalire a Usa ’94, Mondiale durante il quale le gare si disputavano tra il mezzogiorno (la finale di Pasadena, per esempio) e il pomeriggio (dalle 13 alle 16), basta ricordare le moltissime partite pomeridiane di Francia ’98 e di Germania 2006. Eppure in contesti nei quali una protesta sarebbe stata più significativa e più amplificata, nessuno disse niente e i giocatori vennero trattati come carne da macello calcistico. Giocare alle 17 o alle 17.30 in giugno o luglio, lasciando la maggioranza delle partite alle 19.30 e alle 21.45, non è né scandaloso, né impossibile. Certo, farà caldo, ma non più di quanto se ne registri adesso quando ci si allena la mattina o nel primo pomeriggio. Anzi, se proprio vogliamo essere precisi, sarà più incidente il caldo che si patirà negli allenamenti di quello con cui ci si misurerà in partita.
Del resto siamo di fronte ad una situazione eccezionale per la quale ciascuno deve mettere qualcosa o rinunciare a qualcosa. I calciatori vogliono essere considerati lavoratori. Lo sono, ma l’anomalia dei loro rapporti, incluse le cifre d’ingaggio, inducono a pensare che qualche sacrificio vada affrontato. Non si chiede nulla di diverso dal giocare più di frequente (una volta ogni tre giorni) e anche con qualche grado di temperatura in più. E’ demagogico tutto questo? Molti esperti - tra cui quelli che abbiamo intervistato a Calciomercato.com - hanno previsto un maggior numero di infortuni muscolari o di altra natura. E’ sicuro che accadrà. Ma siamo proprio sicuri che dare spazio a qualche rincalzo o, finalmente, far giocare qualche giovane sia poi così male?

Tutti hanno una rosa ampia e solo le grandi ce l’hanno qualificata. Ma quanti talenti trascurati si possono nascondere in una panchina lunga? Perciò non demonizzerei nemmeno i cinque cambi. Anzi, se come, pensa Tommasi, i giocatori vanno preservati dal punto di vista fisico-atletico, non c’è modo migliore di disporre almeno due cambi in più rispetto a prima. Non è contingenza, ma la necessità del calcio moderno. Si gioca sempre di più e a ritmi sempre più alti. Gli spettatori sono esigenti e la critica spietata. Nessuno - nemmeno un difensore - può pensare di essere intoccabile per 90 minuti. E cambiare quasi metà squadra, a volte sembra tattica, ma è strategia.

@gia_pad