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Rifiutare di duellare contro la Bestia non è un atto di vigliaccheria. Si tratta, semmai, della lucida consapevolezza che spinge a decidere di evitare un match truccato e dall’esito scontato. Si deve e si può combattere contro un avversario quando le armi a disposizione sono perlomeno alla pari. In caso contrario meglio desistere e attendere il finale con dignità.

LA SCELTA - È esattamente ciò che ha detto e fatto l’ex portiere scozzese Andy Goram. Colpito, un anno fa, da un tumore all’esofago e dopo essere stato messo al corrente da più di un medico che gli sarebbero rimasti pochi mesi di vita ha stabilito, con grande coraggio, di rifiutare che il suo fisico venisse invaso da pratiche chemioterapiche o da farmaci speciali i quali avrebbero soltanto prolungato di un tempo relativamente breve il suo calvario terreno. Andy se ne è andato l’altro giorno scatenando l’eterno dibattito sull’eterno quesito con il quale ci si domanda se e fino a che punto sia legittima l’autodeterminazione tra la sopravvivenza e la morte.
IL RICORDO - Un “caso” che mi ha riportato alla mente quello legato alla figura di una donna coraggiosa e per certi versi unica la quale operò con sé stessa esattamente come ha fatto il portiere scozzese. Dico e mi piace farlo di Manuela Righini, nata a Firenze nel 1951, e partita nel 2010 lasciando dietro di sé un vuoto che nessuno riuscirà a colmare. Manuela fu la prima giornalista sportiva italiana. Precedette persino la bravissima Audisio che porta il suo stesso nome di battesimo. Partì dal basso, come si dice e come capita a tutti i grandi. Poi il suo volo professionale la portò a fare il nido al Corriere della Sera dove divenne caporedattrice. Fu a quel punto che le venne diagnosticato il cancro. Un tumore di quelli che non perdonano. Rifiutò la violenza di cure inutili. Lottò, aspettando e reggendosi sulle stampelle che le consentivano di muoversi un poco. Se ne andò, fiera e con lo sguardo acceso, bella come era sempre stata.