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Misterbianco, pochi chilometri da Catania, 50 mila abitanti, non proprio un paesino, anzi quasi una città. E infatti Città di Misterbianco si chiamava e si chiama la squadra di calcio che oggi gioca in Promozione. Perché si chiamava e si chiama? Perché c'era e c'è: il nome è lo stesso ma le squadre sono due, molto molto diverse tra loro.

La prima, quella che c'era, aveva, almeno secondo la legge, un peccato originale e un, chiamiamolo difetto, cui molti non facevano caso: era un bene, una proprietà di una cosca mafiosa. Arresti al vertice della cosca, sequestro dei beni e proprietà del gruppo criminale e, tra questi, anche il sequestro della società e squadra di calcio Città di Misterbianco (ai mafiosi che comandavano in loco il calcio piaceva tanto che di squadra ne avevano anche un'altra).

Dunque squadra Città di Misterbianco (foto LaSicilia.it) chiude e non perché le mancano i soldi, anzi. Quando era un gioiellino della catena di proprietà della cosca mafiosa le sponsorizzazioni piovevano, informano le cronache di un giro d'affari di 600 mila euro per una una squadra in Promozione!

Città di Misterbianco calcio chiude per mafia. Come peraltro era successo al Comune di Misterbianco disciolto per mafia con tanto di vice sindaco arrestato.

E allora la legge, la Procura di Catania, Carabinieri, Polizia, Antimafia, Associazione Magistrati e altri volti e articolazioni dello Stato pensano tutti sia il caso nasca un'altra società e squadra Città di Misterbianco. Gestita questa da un amministratore giudiziario, staff con dentro ex giocatori del Catania, in campo giocatori dalla prima categoria o dalle giovanili. Dunque la squadra dei boss se la prende la legge. Giusto, no? Bello, no?

Giusto e bello ma, se la squadra dei boss se la prende la legge, la mafia si tiene i tifosi. Cinquantamila abitanti, quanti a Misterbianco potranno esser tifosi della squadra locale? Cinquemila, mille, cinquecento? Bene, alle partite della Città di Misterbianco, quella non dei boss ma della legge, ci vanno ad assistere e tifare zero. Zero, nessuno.

E' vero che ci sono stati ben 21 arresti e che quindi questi 21 per forza di cose mancano dagli spalti. E' vero che si gioca in un campo distante chilometri dalla cittadina. E' vero che l'appuntamento con la partita non coincide più con l'esposizione del pubblico omaggio da rendere ai capi clan (erano quasi tutti tesserati).

Ma gli altri, gli altri a Misterbianco, come si arriva a zero, zero pubblico per la Città di Misterbianco, quella della legge? Da dove nasce e come si consolida questo chiamiamolo...sciopero tifoso? Niente tifosi da Agosto, senza eccezione.

Paura, paura di far dispetto e offesa ai proprietari della squadra di prima, insomma ai boss? O forse qualcosa di diverso e per certi aspetti perfino più profondo della paura: la voglia, la convinzione, il bisogno appunto convinto di rendere omaggio alla squadra vera, quella di prima, quella che c'era. Perché quella che c'è è la squadra degli "sbirri". Ed è questo e non altro il sentire tifoso.

Roba solo siciliana? Nella forma sì, nella sostanza proprio no. Inutile illudersi sia una storia del profondo Sud ammalato di mafia, è una storia italiana, dell'Italia tutta. A furia di raccontare, narrare, dare per ovvio, cantare in ogni canzone e suonare in ogni musica che lo Stato e i governi tutti sono cattivi, sono i nemici del popolo e i calpestatori della gente finisce, anzi è già finita, che la gente sia convinta che lo Stato sia l'impostore. Anche quando agisce in nome della legge. A Misterbianco il fenomeno assume la forma del non contaminarsi e compromettersi con la squadra degli sbirri, altrove il fenomeno veste altri panni ma ha le stesse carni e ossa.

Ma fermiamoci qui, a volte la fredda cronaca (di cui siamo debitori a Francesco La Licata, La Stampa) basta e purtroppo avanza: la squadra dei boss se la prende la legge, la mafia si tiene i tifosi.